13 dicembre 2019

Aung San Suu Kyi nega il genocidio dei Rohingya alla Corte dell’Aja

Aung San Suu Kyi, consigliere di Stato del Myanmar e di fatto leader del Paese, si è recata l’11 dicembre alla Corte internazionale di giustizia dell’Aja per rendere la sua testimonianza in merito alla denuncia per genocidio contro la minoranza musulmana dei Rohingya presentata l’11 novembre scorso dal Gambia nei confronti del suo Paese. Le autorità del Myanmar hanno sempre respinto ogni accusa e anche in questa sede Aung San Suu Kyi ha negato che i fatti in questione, avvenuti nel 2017 possano essere definiti ‘genocidio’ sostenendo che simili affermazioni nascono da una scarsa conoscenza della realtà etnica e sociale del Myanmar. Il giorno precedente erano state illustrate le atrocità commesse – esecuzioni sommarie, interi villaggi dati alle fiamme, stupri di massa – che hanno causato la morte di migliaia di persone e costretto all’esilio in Bangladesh circa un milione di profughi; Aung San Suu Kyi, senza entrare nel dettaglio dei singoli fatti, ha sostenuto che le violenze avvenute a partire dalla fine di agosto del 2017 sono state causate da una serie di attacchi coordinati contro la polizia e le forze armate lanciati da un’organizzazione di musulmani estremisti e che tutte le operazioni messe in atto erano semplicemente finalizzate a estirpare la minaccia terrorista dall’area. Non ha escluso che possa esserci stato «un uso sproporzionato della forza» da parte dell’esercito, ma ha insistito sul fatto che non c’è mai stato un piano di violenze sistematiche nei confronti dei Rohingya e che i fatti sono stati esagerati o travisati dagli osservatori internazionali, intenzionalmente o per ignoranza.

La posizione della leader birmana, premio Nobel per la pace nel 1991, segna forse il punto più basso della parabola di una personalità un tempo simbolo della difesa dei diritti umani e della lotta contro la dittatura, lei stessa vittima di persecuzioni da parte del regime militare, pronta ora a giustificare o ignorare pratiche criminali. Da più parti si fa notare che un simile atteggiamento potrebbe essere determinato da un mero calcolo di convenienza in vista delle elezioni del prossimo anno, per assicurarsi il favore della maggioranza buddista del Paese, che discrimina la minoranza musulmana e apprezza atteggiamenti nazionalisti.

 

Immagine: Aung San Suu Kyi (22 marzo 2012). Crediti: Htoo Tay Zar. Fonte,  OpenMyanmar Photo Project [CC BY-SA 3.0 (https://creativecommons.org/licenses/by-sa/3.0)], attraverso Wikimedia Commons

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