16 maggio 2019

L’Alabama approva una legge che vieta l’aborto

Con la firma apposta dalla governatrice repubblicana dell’Alabama Kay Ivey è stato dato il via libera definitivo allo Human life protection act, la nuova norma approvata dal Senato di questo Stato con 25 voti contro 6, che di fatto proibisce l’aborto a qualsiasi stadio della gravidanza, a meno che non vi sia serio pericolo per la vita della madre; in fase di discussione del provvedimento è stato bocciato anche un emendamento che lo consentiva almeno in caso di stupro e di incesto. La legge, la più restrittiva attualmente approvata negli Stati Uniti, prevede inoltre pene durissime – fino a 99 anni di carcere ‒ per chi dovesse praticare un aborto. Le associazioni pro choice sono immediatamente insorte contro l’ennesimo provvedimento che limita i diritti delle donne ‒ solo nell’ultimo anno sono già stati approvate misure restrittive in 16 Stati – e prese di posizione ben decise sono state espresse da parte democratica da Kamala Harris, Alexandria Ocasio-Cortez e Joe Biden. La legge dovrebbe entrare in vigore in novembre, ma il suo passaggio alla fase operativa è tutt’altro che scontato, visto che associazioni come l’American civil liberties union e Planned parenthood hanno già annunciato che daranno battaglia in tribunale, in quanto considerano il provvedimento anticostituzionale. Ma se è probabile che nei primi gradi di giudizio riescano ad ottenere la sospensione del provvedimento, molto meno prevedibile è l’esito se la questione dovesse arrivare fino al più alto grado di giudizio, ovvero alla Corte suprema dove, dopo la nomina di Brett Kavanaugh, i giudici di orientamento più conservatore sono 5 su 9. L’obiettivo degli antiabortisti potrebbe essere proprio una revisione in sede di Corte suprema della ben nota sentenza Roe vs. Wade, del 1973, sulla quale si fonda la legalizzazione dell’interruzione di gravidanza a livello federale.

 

Immagine: Manifestazione di protesta per l’aborto presso l'Xcel Energy Center in Minnesota, Stati Uniti (3 ottobre 2006). Crediti: Tony Webster. Attribution 2.0 Generic (CC BY 2.0), www.flickr.com

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