13 novembre 2019

Maduro attacca Trump e accusa gli USA di favorire un colpo di Stato in Bolivia

Evo Morales si è rifugiato in Messico dichiarandosi in pericolo di vita e denunciando un colpo di Stato militare ai suoi danni. Mentre la Bolivia precipita nel caos, in un vuoto di potere che in parte è occupato dall’esercito, l’intera America Latina si divide. Il rapporto con il potente vicino statunitense, come spesso accade in quella regione, fa da spartiacque; Donald Trump si rallegra apertamente per la partenza di Morales che considera un successo della democrazia e un’opportunità per il popolo boliviano per far ascoltare la sua voce. Aggiunge inoltre che quanto accaduto in Bolivia è un messaggio forte anche per i «regimi illegittimi» di Venezuela e Nicaragua. Non si fa attendere la risposta battagliera di Nicolás Maduro che ha accusato Trump di aver «ordinato» il colpo di Stato. Secondo il presidente venezuelano, Evo Morales è stato costretto a dimettersi dall’esercito con la minaccia diretta delle armi, mentre l’Organizzazione degli Stati Americani lo ha pugnalato alle spalle, parlando senza solide conferme dei brogli elettorali che avrebbero reso dubbia la legittimità della sua rielezione. Per quanto riguarda le allusioni di Trump al Nicaragua e al Venezuela, Maduro ha incitato la popolazione a mobilitarsi e ad essere pronta a combattere per difendere la rivoluzione bolivariana in Venezuela. I Paesi latinoamericani si dividono; Messico, Uruguay, Venezuela e Cuba parlano di colpo di Stato e appoggiano i sostenitori di Morales. La scelta del Messico di concedere l’asilo politico e di non schierarsi con gli Stati Uniti rende più articolata la geopolitica regionale e attutisce il peso del gigante brasiliano, che Jair Bolsonaro ha posizionato dentro una stretta relazione con gli Stati Uniti e in un atteggiamento ostile verso il Venezuela, la Bolivia e il Nicaragua. La partita in Bolivia non si conclude con l’esilio di Morales; su un piano internazionale pesa anche la posizione di Mosca che condanna il «colpo di Stato». Soprattutto è su un piano interno che lo scontro non si è concluso: nel Paese militari e polizia presidiano le strade, ma continuano gli scontri fra gli schieramenti opposti. Inoltre, finché il Parlamento non si riunisce e accetta le dimissioni, la carica di Morales è formalmente ancora valida. La senatrice di opposizione Jeanine Áñez del partito Unidad democratica (UD), che aveva ricoperto finora la carica di seconda vicepresidente del Senato, è stata nominata presidente ad interim della Bolivia, dai parlamentari di opposizione, nonostante le mancassero molti voti per raggiungere il quorum, anche perché sia al Senato sia alla Camera i sostenitori di Evo Morales sono in larga maggioranza. Le procedure legali sembrano però contare sempre meno in una Bolivia a un passo da uno scontro senza esclusione di colpi. I sostenitori di Evo Morales sono scesi in piazza martedì 12 radunandosi principalmente nella capitale, nella zona di El Alto; fronteggiandosi con le forze dell’ordine, gridavano lo slogan: “Ora sì, sarà guerra civile”.

 

Immagine: Nicolás Maduro, Caracas, Venezuela (19 aprile 2013). Crediti: Cancillería del Ecuador. Foto, Xavier Granja Cedeño/Ministerio de Relaciones Exteriores Comercio e Integración [Attribution-ShareAlike 2.0 Generic (CC BY-SA 2.0)], attraverso www.flickr.com

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