12 settembre 2019

A rischio il futuro della Grande barriera corallina

La Grande barriera corallina del Queensland è un’enorme foresta sottomarina, che percorre sott’acqua per circa 2.300 km la costa nord-est dell’Australia ed è composta da quasi 3.000 reef e circa 600 isole continentali. Visitata ogni anno da milioni di turisti provenienti da tutto il mondo, è la più grande struttura vivente dell’intero pianeta ed è stata dichiarata dall’UNESCO patrimonio dell’umanità anche perché, per la sua infinita varietà, è una delle più importanti fonti, a livello globale, di biodiversità.

Quella australiana è la più grande e la più famosa barriera corallina, ma molte altre, di dimensioni più modeste, si trovano anche in diversi altri Paesi nel mondo: dalla Florida alle Bahamas, dai Caraibi alle Filippine; recentemente alcuni biologi marini dell’Università di Bari ne hanno scoperta una anche in Italia, nascosta nel Mediterraneo pugliese.

Proprio a causa della sua importanza per il benessere climatico globale, la salute della Grande barriera corallina australiana viene tenuta costantemente sotto controllo, nel tentativo di preservare il più possibile la fragile struttura del complesso ecosistema da cui è formata. Ogni cinque anni viene pubblicato un rapporto della Great Barrier Reef Marine Park Authority (GBRMPA), che oltre a fotografarne lo stato di salute, mette in evidenza i pericoli maggiori che potrebbe subire e le prospettive future delineabili, con lo scopo di attuare una gestione non solo più efficiente, ma anche il più trasparente possibile.

Benché dal 2014 in avanti le iniziative dei governi locali abbiano contribuito moltissimo a risolvere alcuni problemi, legati principalmente alla gestione dei porti intorno alla barriera e alla diffusione di un turismo più consapevole ed ecosostenibile (per impedire, ad esempio, che i turisti sottraggano pezzi di corallo, uccidendolo, per portarseli a casa come souvenir), il report del 2019, recentemente pubblicato, illustra un quadro decisamente molto preoccupante per quanto riguarda la situazione della barriera australiana, le cui prospettive future vengono declassate da “poor” a “very poor”, cioè da cattive a pessime, per colpa dei grandi rischi da cui è continuamente minacciata.

Il report di quest’anno rivela che anche in questo caso, così come per moltissime altre situazioni su tutto il pianeta, la minaccia più grave proviene dai cambiamenti climatici, vero flagello ecologico dei nostri tempi, sempre colpevolmente ignorato dai governanti di mezzo mondo, specie da quelli a capo di quei Paesi il cui apporto, per cambiare le cose, potrebbe rivelarsi fondamentale.

Gli altri problemi vengono individuati nello sviluppo urbano costiero, nel deflusso a terra (cioè l’inquinamento causato dagli scarichi agricoli) e nell’uso umano scorretto dell’ambiente costitutivo della barriera, come ad esempio la pesca illegale che, nonostante sia contrastata, è un problema a tutt’oggi ancora da risolvere.

Il cambiamento climatico ha apportato però, già negli anni passati, i danni peggiori: nel 2016 e nel 2017, infatti, due grosse ondate di calore, molto ravvicinate nel tempo, hanno causato uno sbiancamento dei banchi corallini, che ha di fatto trasformato per sempre l’immagine di oltre 1.000 km di barriera; il corallo non ha più tutti i suoi colori perché si è ammalato perdendo la sua unica fonte di cibo e sostentamento, cioè i prodotti di scarto derivanti dalla fotosintesi delle microalghe che ne compongono la struttura.

La distesa bianca che si è venuta a formare in seguito alla morte dei coralli ha causato poi una serie di danni a catena, in una sorta di terribile effetto domino, privando pesci, uccelli e tartarughe marine del loro habitat naturale e togliendo per sempre al pianeta una parte del suo fondamentale patrimonio di biodiversità.

In effetti, uno studio recente, pubblicato su Nature, ha dimostrato come proprio lo sbiancamento massivo del 2016-17 ha privato la barriera australiana anche della sua capacità, per ben l’89%, di creare e sviluppare nuovi coralli, che sarebbero stati essenziali per migliorare il suo stato di salute.

Nel report 2019 si sottolineano alcune azioni chiave per provare a invertire la rotta, tentando di arginare i danni finora prodotti e sviluppando soluzioni per il futuro: sia il piano di sostenibilità a lungo termine Reef 2050, sia il progetto della Grande barriera corallina per la resilienza vengono studiati per provare a ridurre i pericoli e le minacce alla barriera, nell’ottica però di una più ampia azione globale di contrasto ai cambiamenti climatici, necessaria a porre un freno al deterioramento dell’ecosistema in cui vivono i coralli.

I ricercatori sottolineano che le azioni di contrasto non dovranno solo essere svolte a livello sia globale sia delle politiche locali, ma soprattutto pongono l’accento sull’urgenza di tutto questo. Ciò che è veramente fondamentale è fare presto, altrimenti verrà sprecato anche l’ottimo lavoro di gestione che viene compiuto, al netto di queste minacce esterne, della Grande barriera corallina australiana, classificata tra le aree marine protette meglio gestite al mondo.

 

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