22 maggio 2017

Biodiversità, motore della vita. L’Orto botanico di Padova

di Valentina Dolciotti

Oltrepasso l’elegante cancellata di ferro che delimita l’ingresso dell’Orto botanico dell’Università degli Studi di Padova e mi trovo immediatamente catapultata in un luogo altro, senza tempo e senza nazionalità, senza genere, senza età. Antichissime mura circolari la proteggono e abbracciano, rendendo ancor più sorprendente agli occhi il suo svelarsi. È una foresta rigogliosa e insieme ordinata, dove le tonalità di verde e marrone nemmeno si contano; che esplode d’improvviso in fondo a una stradina stretta e defilata, proprio dietro l’enorme e turistica piazza della basilica di S. Antonio, patrono cittadino.

L’Orto botanico dell’università di Padova, gioiello cinquecentesco e più antico orto botanico universitario del mondo, venne fondato esattamente nel 1545, grazie a una delibera del Senato della Repubblica di Venezia, e collocato all’interno dell’università per agevolare gli studenti nello studio di erbe e piante medicinali e nel riconoscimento delle stesse, allontanando i sempre più diffusi e insidiosi casi di frode e sofisticazione che danneggiavano la salute pubblica.

Nacque così, e si caratterizzò fin dal principio per il ricchissimo ventaglio di specie vegetali a disposizione, circa 1800, che crebbero nel tempo, arricchendosi di varietà esotiche provenienti dai frequenti scambi commerciali e viaggi intrapresi dalla Repubblica di Venezia.

Inizialmente la superficie adibita ad orto botanico non era cintata, come si presenta oggi, ma frequenti furti notturni resero necessaria l’erezione di mura protettive. La scelta, poi, di dare alla struttura forma circolare fu certamente condizionata dal terreno a disposizione (che era trapezoidale), ma anche dalle concezioni filosofiche e scientifiche del tempo: un disegno circolare con un quadrato inscritto al proprio interno, e due viali perpendicolari che lo tagliano in quattro “aiuole”, geometricamente diverse le une dalle altre, tutte eleganti e ordinate.

Va da sé che, data la configurazione artistica e suggestiva, le implicazioni astrologiche, geografiche, e talvolta esoteriche, si susseguirono abbondantemente negli anni a venire. All’inizio del Settecento vennero costruiti quattro portali d’ingresso (nord, sud, est, ovest), aggiunti varie fontane di pietra e busti di personaggi importanti, con lo sguardo rivolto all’orto, quasi ne fossero, notte e giorno, osservatori e custodi.

Nell’Ottocento furono inserite tre meridiane - una cubica, una sferica, una cilindrica - e innalzate serre in muratura, ghisa e vetro. Lungo il corso di cinque secoli l’orto è stato quindi luogo insieme statico e in movimento, immobile e mutevole, di conservazione e sperimentazione, salvaguardia e ricerca.

Questa sensazione che mescola antichità e vita rigogliosa invade subito, addentrandosi tra gli alberi e la vegetazione florida che popola l’interno della struttura circolare (Hortus cinctus). Tutto rigorosamente catalogato, contrassegnato e mantenuto con massima cura. Una sorta di giardino all’inglese per gli accostamenti che sanno sorprendere, l’avvicendarsi di architetture e fiori, vegetazione, fontane, pietra. L’enorme palma di San Pietro (o palma di Goethe), datata 1585; una magnolia fra le più antiche (e maestose) d’Europa, che anche quest’estate fiorirà e lascerà senza fiato, come solo le magnolie sanno fare; la Caesalpina sepiaria, dai fiori gialli, piccoli e profumatissimi; la Clematis patens, dai rami sottili e delicati che inaspettatamente sostengono esuberanti fiori viola; rose di ogni specie, colore, dimensione, profumo; giacinti d’acqua e spilloni in vaso; Sarracenia purpurea e altre varietà di fiori insettivori e carnivori, tanto affascinanti quanto pericolosi; il maestoso olmo del Caucaso, dal tronco largo e solido.

E infine, l’immenso platano orientale, risalente al 1680, dall’evocativo tronco cavo (conseguenza di in fulmine?) che magicamente riporta alla memoria Ariel, lo spiritello de La tempesta shakespeariana, che venne rinchiuso nel cavo di un albero dalla crudeltà di una strega. Personaggio tenero e bizzarro, chissà perché ho sempre immaginato così l’albero che fu sua dimora, «...t’imprigionò nello spacco d’un pino, e là tu sei rimasto, dolorante, perch’ella nel frattempo venne a morte, lasciandoti là dentro...», fino al momento di commozione, ogni volta come fosse la prima, in cui Prospero lo libera per sempre, tenendo fede alla promessa fatta. «Benissimo, mio diligente spirito! Sei libero!».

Ma non è tutto qui. L’orto non si ferma e con esso le suggestioni che porta. Appena uscita dall’Hortus cinctus mi incammino lungo un viottolo; con la coda dell’occhio, scorgo alcune anatre che riposano al sole lungo il ruscello, e un cartello mi indirizza e introduce al Giardino della biodiversità. E un secondo mondo si apre.

Il Giardino della biodiversità è un progetto espositivo, un “science center” di nuova generazione, nato nel 2014 dalla riqualificazione dell’area adiacente l’antico orto, all’interno di un progetto espositivo voluto e guidato dal professor Telmo Pievani, docente, proprio a Padova, della prima cattedra italiana di Filosofia delle scienze biologiche. Cattedra che si propone di analizzare grandi temi che emergono dalle scienze della vita: come definire la vita, le specie, la biodiversità; le relazioni tra la specie umana e l’ambiente; le nuove biotecnologie e le loro implicazioni, anche etiche.

Il Giardino della biodiversità si para dinanzi sotto forma di lunga serra, di vetro e acciaio, da cui fanno capolino piante dalle altezze inimmaginabili.

La serra, infatti, ospita migliaia di piante organizzate secondo i principali biomi della Terra: serra tropicale, serra tropicale sub-umida, serra temperata, serra mediterranea, serra arida.

Sbircio dai vetri e noto che tutti i visitatori sono in maglietta, nonostante la giornata fuori sia timidamente primaverile. Entro e l’umidità m’investe. Questione di un attimo, poi il corpo si abitua e lo stupore ha il sopravvento sul resto. Mi addentro e, con il naso letteralmente all’insù, seguo i percorsi di tronchi giganti e nodosi, ficus e strelitzie smisurate, piante d’acqua e di terra accuratamente illuminate e umidificate.

L’Alocasia macrorrhizos, dalle bacche piccole e rosse e con foglie grandi e venate, che per la loro forma vengono anche chiamate Orecchie di elefante. La Ceiba speciosa, il cui tronco è completamente rivestito di grosse e protettive spine legnose. La Nymphaea caeruela, viola e gialla, che fiorisce sull’acqua. Tante varietà di cactus, molti fioriti, come la Mammillaria centricirrha. La Xanthosoma violaceum, le cui foglie immense raccolgono l’acqua al proprio interno. È come passare attraverso i cinque continenti e basta questo per rendersi conto di come habitat diversi producano esseri umani diversi, persone con caratteristiche (non solo fisiche!) diverse e di come sia tutto talmente variegato ed eterogeneo e cangiante, che l’idea di individuare uno standard al quale omologarsi, o costringere altri ad omologarsi, sia folle.

Sono circondata da piante che danno ossigeno, danno da mangiare e da vestire, danno legno, carta, gomma e strumenti musicali; danno medicinali importantissimi e un’infinità di sostanze per estetica, cura del corpo, alterazione della mente.

Nell’ultima sezione dell’esposizione trovo suggerimenti sull’utilizzo delle piante per un futuro sostenibile: bioplastiche biodegradabili, biocombustibili che non occupano terra perché ottenuti dalle alghe, esperimenti vegetali in assenza di gravità, e così via...

Dall’inizio alla fine di questo percorso il tema di fondo è la biodiversità, biodiversità come motore della vita.

L’Orto botanico dell’università di Padova (e il Giardino della biodiversità, suo recente fiore all’occhiello) è stato riconosciuto nel 1997 Patrimonio mondiale dell’umanità dall’UNESCO, poiché rappresenta «la culla della scienza e della comprensione delle relazioni tra natura e cultura; ha inoltre largamente contribuito al progresso di numerose discipline scientifiche moderne quali medicina, chimica, farmacia, botanica ed ecologia». Essere un sito del Patrimonio mondiale significa essere parte di una comunità, formata dai 151 Paesi firmatari della Convenzione e da tutti gli altri siti riconosciuti.

Ancora oggi prosegue la secolare tradizione di relazioni con l’esterno, di scambi internazionali, “barattando” semi con circa 800 orti botanici nel mondo al fine di conservare il germoplasma dei vegetali in pericolo e garantire il mantenimento della biodiversità. L’Orto botanico ha testimoniato nei secoli l’evoluzione della botanica e ospita collezioni viventi che rispondo a reali esigenze di studio e ricerca (come richiesto e siglato nella Carta di Edimburgo), e garantisce la conservazione del potenziale genetico delle singole specie in banche apposite. L’Orto botanico dell’università di Padova è inoltre parte della Botanic Gardens Conservation International (BGCI), organizzazione internazionale che mira a proteggere e conservare piante a rischio di estinzione, e la cui sopravvivenza è strettamente connessa a questioni globali come il cambiamento climatico, la povertà, il benessere dell’umanità.

Il centro di ateneo “Orto botanico” si è dato come obiettivi la protezione, la conservazione, la valorizzazione e la trasmissione alle future generazioni del patrimonio, vegetale e architettonico, custodito nella struttura dell’Orto botanico, promuovere ricerca e sperimentazione; salvaguardare la biodiversità. Perché? Perché il nostro pianeta sta perdendo circa 30.000 specie viventi ogni anno, significa 3 ogni ora. Questa accelerazione è causata dalle attività umane, dallo sviluppo industriale, dalla crescita demografica, dalla globalizzazione dell’agricoltura. I paesaggi si uniformano, le varietà di esseri viventi si riducono; la biodiversità è il risultato di più di 3 miliardi e mezzo di anni in cui le forme di vita hanno “sperimentato”, garantendo la nostra sopravvivenza.

La Giornata mondiale della biodiversità (International Day for Biological Diversity) è stata proclamata nel 2000 dall’Assemblea generale delle Nazioni Unite, per ricordare l'adozione della Convenzione sulla diversità biologica (Convention on Biological Diversity). È dedicata alla difesa e alla tutela della biodiversità e viene celebrata, oggi, 22 maggio.

 

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