15 marzo 2018

Combattere la plastica si può

È notizia di pochi mesi fa che la Great Pacific garbage patch, la tristemente nota ‘isola di plastica’ formatasi per via delle correnti oceaniche, che galleggia tra il 135° e il 155° meridiano, ha una sorella ‘minore’ (per ora), più a sud; e formazioni simili, ma per il momento più ridotte, esistono anche negli oceani Indiano, Atlantico e Pacifico. La vera sfida per il presente e per il futuro prossimo sembra proprio salvare la Terra dalla plastica: nella natura sono dispersi 4,9 miliardi di tonnellate di plastica fossile (cioè derivata dal petrolio) degli 8,3 miliardi prodotti dal 1950 ad oggi. Ogni anno se ne producono circa 300 milioni di tonnellate, 8 milioni delle quali finiscono negli oceani, un’‘invasione’ con conseguenze gravi per la fauna marina. 

Tuttavia la natura, vilipesa e maltrattata dall’uomo, sembrerebbe contenere in sé le ‘armi’ per difendersi, reagire e salvarsi. In numerosi centri di ricerca in tutto il mondo si stanno osservando e studiando batteri, vermi e funghi, che in opportune condizioni sono capaci di degradare la plastica tradizionale oppure di sintetizzare bioplastiche non dannose per l’ambiente. Uno studio portato avanti dal Kyoto institute of technology nel 2016 ha rilevato, per esempio, che i batteri Ideonella sakaiensis sono in grado di digerire il PET (polietilene tereftalato) usato per produrre le comuni bottiglie di plastica; il processo è piuttosto lungo, ma attraverso l’ingegneria genetica si può cercare di intervenire per accelerarlo. Il fungo Zalerion maritimum, studiato da un gruppo di ricerca portoghese nel 2017, possiede capacità simili, mentre le tarme della cera (Galleria mellonella) e quelle della farina (Tenebrio molitor) sono oggetto di studio rispettivamente in Italia e negli Stati Uniti.

Il progetto Res Urbis della Sapienza di Roma sta sperimentando invece come ottenere nuovi prodotti ecocompatibili e biodegradabili, come il poliidrossialcanoato (PHA), dai rifiuti organici, grazie all’azione combinata di batteri anaerobici, che scindono i rifiuti in molecole più semplici, e aerobici (per esempio quelli del genere Halomonas), che sintetizzano polimeri bioplastici.

All’Università del Michigan si studiano i cianobatteri, in grado di produrre zuccheri grazie alla fotosintesi, che opportunamente ingegnerizzati possono farlo a getto continuo e fornire così alimento agli Halomonas boliviensis, in grado a loro volta di produrre polimeri bioplastici. Se l’uomo si alleasse con la natura dunque, invece di vandalizzarla, si aprirebbero nuove prospettive e nuove possibilità di rimediare agli scempi commessi e avviare una diversa fase, più responsabile.

 

Galleria immagini


0