1 ottobre 2019

I possibili rischi del nuovo inverdimento cinese

È ormai acclarato che la deforestazione massiva, specie in alcune aree del nostro pianeta (come la foresta amazzonica, ma non solo), sia una delle principali cause del cambiamento climatico. Diversi studi e ricerche scientifiche indicano dunque nella riforestazione uno degli strumenti più validi per arginare il declino: gli alberi, infatti, assorbendo naturalmente anidride carbonica, ne diminuirebbero la quantità presente nell’atmosfera di circa il 25%. La riforestazione poi, oltre ad arginare significativamente il cambiamento climatico, contribuirebbe, fornendo anche nuovi habitat naturali a innumerevoli specie animali e vegetali, a proteggere la biodiversità, così importante per la cura ecologica complessiva del pianeta. L’appello di scienziati ed esperti del settore non è caduto nel vuoto e, sebbene ancora troppo poco si sia fatto a livello di strategie intergovernative globali, diversi sono i Paesi che, meritoriamente, hanno attuato programmi di riforestazione all’interno dei propri confini nazionali col duplice scopo di invertire la rotta del riscaldamento globale e del cambiamento climatico, ma anche di contrastare il sempre più alto grado di inquinamento dovuto a insediamenti antropici sempre più grandi.

In Europa, capofila è sicuramente la Germania, mentre, allargando lo sguardo al resto del mondo, leader di questo processo sono l’India e, soprattutto, la Cina che, con il solo 6,3% della massa terrestre globale, partecipa a un quarto di questa nuova riforestazione. D’altronde la Cina sta individuando e mettendo in opera diverse iniziative volte a tutelare il territorio e limitare il problema, enorme, dell’inquinamento, che ha gravi conseguenze anche sulla salute dei cittadini. Soprattutto nel Nord del Paese, infatti, per fermare la desertificazione, ogni anno vengono piantati nuovi alberi su un’area che ha circa la superficie dell’intera Irlanda; inoltre, proprio nel tentativo di arginare questo fenomeno, molti sono i metodi di controllo del deserto messi in campo dal governo cinese.

Recenti ricerche hanno però sollevato una serie di dubbi non tanto sull’utilità di tale procedura (che, in effetti, ha rallentato la prolificazione delle aree desertiche in diverse zone del Paese), ma alcune possibili conseguenze finora non previste. Infatti, sottolineano gli scienziati, molto spesso non si tengono in sufficiente considerazione le condizioni locali e gli alberi che vengono piantati rischiano di diminuire ulteriormente la già scarsa quantità di acqua in aree in cui, a causa proprio del riscaldamento terrestre, piove sempre meno. Molti dei nuovi alberi piantati, non essendo autoctoni, consumano una grande quantità di acqua, aumentando la siccità e provocando la desertificazione che intenderebbero invece contrastare.

La riforestazione attuata dal governo sta però, comunque, apportando notevoli benefici se si pensa che nel 2017 l’amministrazione forestale del Paese ha quantificato una riduzione delle zone desertiche di oltre 2.400 km² ogni anno: un risultato ancor più sorprendente se si considera che, neanche 20 anni fa, nel 2000, i deserti crescevano in tutta la Cina con un ritmo di 10.400 km² all’anno e che dal 1978, data ufficiale di inizio del programma nazionale di riforestazione, sono stati piantati oltre 66 miliardi di alberi in 13 province nel Nord del Paese. L’obiettivo è quello di raggiungere una copertura forestale del 30% entro il 2050.

Nonostante tutti questi progressi ottenuti nei confronti della desertificazione, la questione della scarsità di acqua va tenuta in grande considerazione, anche a fronte di recentissimi studi che hanno rilevato come le zone semiaride della Cina siano cresciute del 33% tra il 1994 e il 2008 rispetto al periodo precedente (1948-62), mentre le zone aride, dal 1980, hanno risucchiato uno spazio paragonabile alle dimensioni di un Paese come l’Iran, cioè all’incirca 1,6 milioni di km².

In ogni caso, il governo e le autorità locali sembrano aver ben compreso tale problema e si sta cercando di piantare, complessivamente, diverse forme di vegetazione (tra alberi, erbe e arbusti vari) che abbiano meno bisogno d’acqua perché autoctone e, quindi, nate per vivere in zone aride come i deserti. Oltre a piantare questo tipo di vegetazione specifica, sarà importante (come suggerito dal capo del dipartimento forestale cinese, Zhang Jianlong) mantenere in salute le foreste già piantate piuttosto che limitarsi a piantarne sempre di nuove.

Infine, è necessario dare vita a un’attività sinergica e di stretta cooperazione tra il governo e le comunità locali anche per legare la nuova riforestazione a un maggiore benessere economico per gli abitanti delle zone interessate: ad esempio, le piante e le erbe della medicina tradizionale cinese potrebbero essere la chiave di volta, perché non solo necessitano, in generale, di un minore fabbisogno idrico, ma possono essere poi vendute dagli agricoltori, apportando benefici economici diffusi anche in zone molto povere del Paese.

 

Crediti immagine: Marc Curtis, attraverso www.pexels.com

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