24 febbraio 2015

Il senso della vita secondo Wilson

di Matteo De Giuli

C’è stato un tempo, un tempo anche piuttosto lungo, in cui abbiamo creduto di essere i protagonisti assoluti della storia naturale. Le cose, però, non stavano così, e alla fine siamo stati noi stessi a mandare in pezzi il piedistallo che ci eravamo tanto accuratamente costruiti. Non è stato indolore, ma con gli anni abbiamo scoperto che la Terra non è il centro del cosmo, che la nostra specie è solo una tra milioni, in continuo mutamento, e che la nostra presenza sul pianeta è il frutto di una combinazione accidentale di caso e necessità.

Abbiamo finito per accettare il fatto di non essere poi così importanti, non in questo mondo qui, figuriamoci nell’intero universo. Ma cosa ne possiamo fare, oggi, di questa nostra consapevolezza? L’ultimo libro di Edward O. Wilson (Codice Edizioni, 2014) affronta temi generali e profondissimi, e ha un titolo solenne: “Il significato dell’esistenza umana”. Eppure è un volume snello, meno di 200 pagine, scritto con mano leggera. Secondo molti sarà il suo ultimo libro. Per questioni biografiche: l’entomologo, professore di Harvard in pensione, padre nobile di socioboiologia e biodiversità compirà 86 anni a giugno. Ma anche per quelli che sono i contenuti del libro: “Il significato dell’esistenza umana” è scritto con i toni del lascito intellettuale, ed è nei fatti un utile bignamino del pensiero di Wilson, è un tirare le fila, un sunto autobiografico dei suoi lavori e delle sue passioni. Concentrato in poche pagine c’è tutto il Wilson che uno si aspetta di trovare: le parti in cui sottolinea l’urgenza di un ambientalismo moderno (che poggi su basi scientifiche e non puramente emotive), i capitoli che vanno alla ricerca delle radici biologiche delle azioni umane, qualche paragrafo di punzecchiatura razionalista contro le organizzazioni religiose e i creazionisti. E naturalmente ampio spazio all’organizzazione sociale delle formiche, del cui comportamento Wilson è forse il più grande esperto di sempre e di cui in 60 anni di ricerca ha identificato 450 nuove specie. Il risultato di questo miscuglio è un alternarsi di racconti autobiografici e di pensieri critici, analisi sociali ed esposizioni divulgative del cammino dell’evoluzione umana. Un libro curioso, a tratti disorganico, che affascina con estrema facilità. E che non manca di diversi lampi di ironia. Le formiche, per esempio. Ok le formiche, guidate solo dal loro istinto eppure organizzate in strutture sociali complesse e funzionali. Sono così interesanti, è vero, ma la cosa che davvero tutti si chiedono, e che chiedono continuamente anche a Wilson a quanto pare, è: cosa fare quando ce le troviamo in cucina? La risposta: “non bisogna pensare alle formiche come ad animali nocivi o a una seccatura, ma come a un superorganismo ospite a casa vostra” - provate a tenerlo a mente prima della prossima disinfestazione, se ci riuscite. Alla ricerca di una visione olistica della vita nel cosmo Wilson prova anche, a metà libro, a stilare l’identikit di un ipotetico essere alieno. Dati alla mano, una creatura proveniente da un altro pianeta ma che sia scientificamente accurata e aggiornata con le ultime ricerche, secondo lo scienziato dovrebbe essere più o meno così: un animale di taglia relativamente grande, con una grande testa ben delimitata e in posizione centrale, che vive su terre emerse, che presenta appendici locomotorie libere, una notevolissima intelligenza sociale e che biologicamente si affida a vista e udito. Sì, sembra quasi di conoscerlo. Incastonati nel libro ci sono poi diversi incisi personali della vita professionale di Wilson. Nelle pagine che dedica alla ricerca dello spirito competitivo della natura umana, per esempio, racconta candidamente di un suo antico peccato di invidia: quando l’astronomo e grande divulgatore Carl Sagan vinse il premio Pulitzter, Wilson liquidò la faccenda come un avvenimento di scarsa importanza nella carriera di uno scienziato. Era il 1978. Appena un anno dopo fu lo stesso Wilson a vincere il Pulitzer (per Le Formiche, edito in Italia per Adelphi). Quel riconoscimento divenne di colpo, allora, ai suoi occhi e nelle sue parole, un premio letterario imprescindibile, fondamentale. Non rimarrà deluso neanche chi sfoglierà il libro alla ricerca delle ormai usuali frecciatine a Richard Dawkins, etologo britannico, diventato negli anni arcinemico di Wilson. Le divergenze scientifiche tra i due si sono ingrandite a tal misura da assumere i toni del melodramma:  Dawkins qualche anno fa ha recensito il libro di Wilson “La conquista sociale della Terra” in un articolo dal titolo “Il tramonto di Edward Wilson”, dove invitava i lettori a gettare via con gran forza il volume (citando a sua volta una famosa frase attribuita a Dorothy Parker). In tutta risposta, in “Il significato dell’esistenza umana”, Wilson introduce Dawkins con la stessa particolare e perfida qualifica che gli ha affidato ormai da qualche tempo: un incisivo giornalista scientifico che divulga e spiega le idee di altri al grande pubblico. La pietra dello scandalo che ha dato il via alla bagarre tra i due è una questione accademica, che riguarda alcune teorie evoluzionistiche, e ha a che fare con una parziale marcia indietro che Wilson ha fatto negli ultimi anni e che Dawkins non ha mai accettato (la vicenda, sottile, è ricostruita con cura da Telmo Pievani nell’introduzione all’edizione italiana di “La conquista sociale della terra”). Una questione che evidentemente ha scottato Wilson, comunque, tanto che, anche in un libro come “Il significato dell’esistenza umana”, che tratta di temi di più ampio respiro, lo scienziato ha deciso di inserire comunque - non si sa mai - una versione divulgativa di uno dei suoi ultimi paper in appendice al volumetto. In mezzo a tutto questo confusionario e creativo impasto che compone le pagine de “Il significato dell’esistenza umana”, Wilson riesce a non perdere il filo rosso del suo pensiero e della sua visione del mondo. La premessa da cui parte è chiara: la scienza e l’evoluzione sono le fondamenta per comprendere il senso dell'esistenza umana, per capire come noi, in quanto Homo sapiens, ci inseriamo nell’intelaiatura composta da tutti gli altri esseri viventi, sulla Terra e nel resto dell’universo.  Il significato dell'esistenza umana è allora, in poche parole, tutto qua: se siamo davvero un incidente evolutivo come la scienza sembra mostrarci, e se rimaniamo comunque indissolubilmente legati al resto del regno animale, è anche vero che la storia ci ha portato ad essere oggi "la mente del pianeta”. Il pianeta è nostro, e abbiamo tra le mani la possibilità di salvarlo o di distruggerlo. Siamo soli nell’universo, ci dice Wilson, ma non dobbiamo avere paura: vuol dire che siamo liberi. Completamente liberi di plasmare il futuro. Come? Wilson ha una sua ricetta.  Bisogna riunire i due grandi rami del sapere, la scienza e la cultura umanistica, in quello che egli stesso chiama un “nuovo Illuminismo”. Le due culture sono radicalmente diverse nei modi in cui descrivono la nostra specie. Eppure, secondo Wilson, sono una cultura sola. Perché una e comune è la fonte del pensiero creativo, e comuni devono essere allora anche i tentativi di comprensione della natura.  Quella di Wilson è una chiamata alle armi perché scienza e discipline umanistiche uniscano le forze. Il biologo sembra però avere ben chiare le gerarchie e i ruoli da rispettare (e qui forse qualcuno inizierà a storcere il naso). L’autorità generale secondo Wilson è della scienza, è la scienza che costituisce l’impalcatura più solida dell’edificio del sapere umano. Gli ultimi secoli di scienza hanno visto enormi rivoluzioni. Ma il tasso di crescita delle conoscenze scientifiche rallenterà inevitabilmente nei prossimi anni, e toccherà allora alle scienze umanistiche mantenere alta la fiaccola del progresso. Le “arti creative serie”, come le chiama Wilson, avranno sempre di più il compito di esprimere la nostra esistenza “in modi che comincino finalmente a realizzare i sogni dell’Illuminismo”. Perché “se veramente la nostra specie ha un’anima, si trova nella cultura umanistica”.


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