19 settembre 2012

In occidente l'innovazione resta al palo

di Nicola Nosengo

Non facciamo che ripetercelo, e non fanno che ripetercelo. L'innovazione è la chiave per superare la crisi. Peccato che, secondo l'ultimo rapprto dell'OCSE (Organizzazione per la cooperazione e lo sviluppo economico), intitolato Industry Outlook 2012, di innovazione se ne faccia sempre di meno.

I dati del rapporto sono quelli del 2009, i più recenti disponbili, e non sono per nulla rassicuranti. Mostrano che l'innovazione ha rallentato in tutti i settori, in risposta a una delle più gravi crisi economiche del secolo. La spesa media in ricerca e sviluppo nei 30 stati membri dell'OCSE è calata 4,5 per cento in quell'anno. Dopodiché ha iniziato timidamente a risalire, ma senza nemmeno avvicinarsi ai livelli pre crisi. Un po' hanno provato a rimediare gli stati, aumentando (nel complesso) la spesa pubblica in ricerca e sviluppo del 9 per cento nel corso del 2009. Questo ha in parte bilanciato il crollo degli investimento privati, ma è stata una breve parentesi. Già nel 2010, le spese pubbliche in innovazione sono di nuovo calate del 4 per cento. Il quadro peggiore, e non è una sopresa, si trova in paesi del sud ed est Europa come la Grecia, dove la crisi finanziaria ha picchiato più duro. Al contrario, Cina, Corea del Sud e altri paesi emergenti dell'Asia investono massicciamente in innovazione, finendo per superare e doppiare il mondo occidentale. Tutti gli indicatori parlano chiaro: il numero di richieste di brevetti depositate nei paesi asiativi è aumentata dal 2007, e continua a farlo. La quota Cina della spesa complessiva globale in ricerca e sviluppo è schizzata dal 7 per cento del 2004 al 13 per cento del 2009, e cifre simili si trovano in India e Brasile. Al contrario, il numero di nuove imprese fondate in occidente è oggi molto più basso che nel 2009, e così il capitale di rischio (venture capital) investito in nuove start up. “Questo è un dato particolarmente preoccupante” commenta Dominic Guellec, economista dell'OCSE e principale autore del rapporto . “Perché il venture capital è quello che ha alimentato l'innovazione negli ultimi venti anni. Ma ora, visto che le prospettive economiche sono così incerte nemmeno i venture capitalist si fanno più vedere.” Certo, alcuni settori se la sono cavata un po' meglio. Il calo degli investimenti in ricerca e sviluppo è stato minore in settori industriali come l'aeropaziale, l'informatica e le attrezzature mediche, il settore sanitario in generale. Peggio invece il quadro per il settore autmobilistico. La consapevolezza nei governi, se non altro, non manca, tanto che si sono moltiplicate in molti paesi le misure a sostegno dell'innovazione, come incentivi fiscali, riforme nelle norme sulla proprietà intellettuale e nuove infrastrutture di comunicazione. Ma, conclude il rapporto, i governi non hanno fatto abbastanza per fare fronte alla peggiore crisi dell'ultimo secolo e aiutare le imprese, soprattutto occidentali, a non soccombere. “A meno che tanto il settore pubblico quanto quello privato non inizino a dedicare più attenzione alla ricerca e sviluppo e all'innovazione tecnologica, è improbabile che riescano a centrare l'obiettivo di riportare crescita e occupazione a livelli accettabili” conclude con toni allarmati Guellec.


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