8 novembre 2018

L’Indice del pianeta vivente

Secondo il Living Planet Report 2018, curato dal WWF (World Wildlife Fund) in collaborazione con la Zoological Society di Londra, al quale hanno contribuito 59 scienziati di tutto il mondo, dal 1970 al 2014 le popolazioni di circa 3700 specie selvatiche di mammiferi, uccelli, pesci, rettili e anfibi sono diminuite del 60%.

La causa principale di questo crollo è la perdita di habitat, per far spazio all’agricoltura, alla quale si deve, secondo il WWF, il 75% delle estinzioni dal 1500 a oggi. Attualmente, però, hanno un peso crescente il cambiamento climatico, l’inquinamento e l’introduzione di specie invasive, ossia quelle trasferite da una zona all’altra del pianeta che fanno concorrenza alle autoctone. Anche la deforestazione, che è rallentata nelle zone temperate del pianeta ma non in quelle tropicali, è causata soprattutto dall’agricoltura, sia da quella commerciale sia da quella di sussistenza, che sono responsabili rispettivamente di circa il 40% e il 33% della conversione forestale tra il 2000 e il 2010. Il restante 27% è dovuto alla crescita urbana, all’espansione delle infrastrutture e alle attività minerarie.

Secondo uno studio del 2018 dell’Intergovernmental science-policy Platform on Biodiversity and Ecosystem Services (IPBES), meno del 25% della superficie terrestre è non modificata dalle attività umane e, con il ritmo di crescita attuale, nel 2050 si ridurrà all’1%. Questa “colonizzazione” invasiva, combinata con altri fattori quali il cambiamento climatico, l’inquinamento, l’eccesso di nutrienti, porta con sé un forte rischio di perdita della biodiversità del suolo: «Un quarto di tutta la vita presente sulla Terra si trova sotto i nostri piedi», si legge nel rapporto, e la sua perdita ha ricadute sulla vita di tutte le specie, sulla qualità degli habitat e sul funzionamento generale degli ecosistemi.

Tra le tante specie osservate dagli studiosi, vi sono quelle degli elefanti africani, che in Tanzania sono diminuiti tra il 2009 e il 2014 del 60%, principalmente a causa del bracconaggio dell’avorio; degli oranghi, che hanno subito tra il 1999 e il 2015 una perdita di 100.000 individui a causa della deforestazione nel Borneo, progettata per far posto alle piantagioni di legname e di palma da olio; degli orsi polari, dei quali si prevede una diminuzione del 30% entro il 2050, a causa del riscaldamento globale. Ma i danni peggiori si sono verificati nelle popolazioni di acqua dolce, diminuite dell’81%.

Come ormai ogni altro rapporto sull’ambiente, anche quest’ultimo del WWF indica, come unico possibile percorso da seguire, quello di un cambio repentino e radicale di rotta, poiché lo sfruttamento delle risorse naturali da parte nostra – la nostra “impronta ecologica” – ha subito una impennata negli ultimi 50 anni del 190%. E suggerisce anche di guardare a stili di vita diversi dal nostro, perché l’impronta ecologica varia sensibilmente a seconda dei luoghi: dal massimo del Nord America, ai minimi delle zone più povere dell’Africa, passando per i valori medio-alti e medio-bassi della Russia, dell’Europa, dell’America del Sud e di alcune zone dell’Asia.

Dal punto di vista della validità scientifica, benché vasto, il rapporto non può essere considerato esauriente: 14.152 sono le popolazioni appartenenti alle diverse specie osservate, ma alcune zone geografiche sono ancora poco coperte e una buona parte dei dati proviene dall’Europa occidentale; inoltre, potrebbe essere viziato da un eccesso di attenzione verso le specie già in declino, con una conseguente sovrastima dei risultati. Tuttavia, al momento, è uno tra gli studi più completi al riguardo.

 

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