17 aprile 2018

L’arduo perché della scomparsa dei dinosauri

L’estinzione nel periodo Cretaceo dei dinosauri, i rettili di varie dimensioni che popolarono la Terra nell’era Mesozoica, è uno di quei temi che non finiscono mai di affascinare i dilettanti e di far discutere i paleontologi. Come è ben noto, l’ipotesi più diffusa, risalente nella sua prima formulazione al 1980 e poi approfondita da altri studi, è quella del meteorite Chicxulub, che sarebbe precipitato nella penisola dello Yucatán circa 65 milioni di anni fa scavando un cratere di 180 chilometri di diametro e, tra i molti altri fenomeni innescati a catena, riempiendo l’aria di una così fitta coltre di detriti da immergere per mesi o forse per anni il pianeta nell’oscurità. Con le molte specie vegetali scomparse, scomparvero così anche numerosi erbivori, e di conseguenza molti carnivori: il 75% delle forme di vita perì.

Secondo altri studi (2005), tuttavia, questo terribile impatto avrebbe preceduto di moltissimi anni la scomparsa dei dinosauri, e la causa sarebbe stata invece una serie di violentissime eruzioni vulcaniche avvenute nella regione indiana del Deccan, che avrebbe anch’essa scombussolato completamente il clima globale, prodotto siccità e creato condizioni intollerabili per la maggior parte degli esseri viventi.

Un altro filone di studi sostiene però che la scomparsa di queste bestie sarebbe iniziata prima dell’evento disastroso del Cretaceo: così afferma per esempio una ricerca del 2016, che suggerisce che l’evento catastrofico avrebbe colto i dinosauri già in una fase di declino e vulnerabilità iniziata 50 milioni di anni prima, infliggendo loro quindi solo il definitivo ‘colpo di grazia’.

Ancor più recentemente (2017), uno studio ha cercato di individuare la causa di questo lento declino, collegandolo alla mancanza di una capacità evolutiva di adattamento al diffondersi sul pianeta delle angiosperme, le piante da fiore, che avvenne in un’epoca non ancora ben definita intorno ai 130 milioni di anni fa. I dinosauri, secondo gli autori, non avrebbero mai sviluppato la cosiddetta avversione condizionata al gusto, quella capacità cioè di conservare memoria dell’ingestione di cibo nocivo e quindi di distinguere le piante velenose da quelle commestibili: una incapacità che è per esempio tipica dei coccodrilli, loro discendenti, che sarebbero però sopravvissuti perché carnivori.

Crediti immagine: Creative Commons Attribution 3.0 Unported. Autore: ABelov2014. Attraverso Wikimedia Commons


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