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22 maggio 2015

La crisi della mascolinità è online

“La tecnologia ha sabotato ciò che significa essere un maschio”: nello specifico, l’eccessivo utilizzo di videogames e l’abuso di materiale pornografico si sta manifestando, nei moderni adolescenti, sotto forma di profonde disfunzioni sociali, causando nei casi più gravi il fallimento degli obiettivi accademici minimi, nell’apatia sessuale e nelle tendenza a isolarsi dal mondo della realtà in favore di un’esistenza meramente digitale.

Quella esposta in Man (Dis)connected – How technology has sabotaged what it means to be male , il nuovo libro di Philip Zimbardo, psicologo e professore emerito della Stanford University, è una tesi diretta, forse volutamente provocatoria, sicuramente molto contestata: non sono in pochi coloro che, a ridosso della pubblicazione, ne hanno già contestato la validità scientifica. Eppure l’argomentazione dello studioso che già nel 1971 creò scalpore con lo Stanford Prison Experiment – durante il quale 24 studenti universitari furono chiamati a interpretare per due settimane il ruolo di “guardie” e “prigionieri” (l’esperimento fu sospeso dopo sei giorni, in quanto vennero riscontrati comportamenti sadici e violenti da parte delle sentinelle, e forme acute di ansia e sottomissione nei carcerati) – riflette un problema sicuramente diffuso: la crisi piuttosto generalizzata del maschio moderno, fenomeno recentemente inquadrato anche da uno studio dell’OCSE, che ha dimostrato come i ragazzi siano spesso superati dalle ragazze nelle prove di letteratura e nella maggior parte delle discipline scolastiche, a eccezione della matematica, l’unica materia dove sembrano mantenere ancora un (rosicchiato) margine di distacco. Secondo Zimbardo, che per il suo libro si è basato sulle testimonianze di 20.000 adolescenti, la radice di questa problematica può essere ricondotta alla dipendenza dai videogiochi e dalla pornografia – due fenomeni che, al pari di Internet, hanno conosciuto una diffusione esponenziale: «Con la pornografia disponibile gratuitamente online, un evento senza precedenti nella storia, nel loro tempo libero i ragazzi hanno cominciato ad alternare i videogames alla visione di materiale pornografico – in media due ore di filmati a settimana». Una tendenza che, per lo psicologo, sarebbe alla base della cosiddetta “porn-induced erectile dysfunction” – anche se finora mancano studi scientifici in grado di dimostrare un rapporto di causa ed effetto tra consumo di pornografia e disfunzione erettile. Nel libro viene descritta in ogni caso la parabola generale che, da una predisposizione alle attività solitarie, nei soggetti più sensibili si tramuta in una grave forma di isolamento sociale, nella quale si rispecchia la fuga dal confronto e dalla responsabilità – emblematico in questo caso il fenomeno degli “ hikikomori” , come vengono definiti in Giappone quegli adolescenti che scelgono volontariamente la segregazione e la solitudine delle proprie camere, il computer o la console come uniche finestre sul mondo. Lo stesso disagio sociale che in forme meno gravi si manifesta nei giovani che non studiano e non lavorano, i cosiddetti NEET (Not in Education, Employment or Training ): soltanto in Italia il fenomeno coinvolge due milioni di giovani tra i 15 e i 29 anni, sostanzialmente più di un quarto (26%) dei cittadini under 30.