28 luglio 2014

La cyberguerra dell’Iraq

Al conflitto armato tra curdi, cristiani e jihadisti dell’ Islamic State of Iraq and Syria (ISIS) – le tre fazioni che attualmente si contendono il controllo dell’Iraq – si è ormai affiancata un’altra tipologia di guerra civile, invisibile e silenziosa. Secondo un report pubblicato da Intel Crawler, società specializzata in sistemi di sicurezza telematica, l’attività degli hacker sul territorio iracheno si sarebbe infatti moltiplicata di pari passo con l’intensificarsi degli scontri a fuoco, aggiungendo ai combattimenti in corso una dimensione finora inedita. «I principali schieramenti sono rappresentati da gruppi locali che attraverso l’utilizzo di malware cercano di spiarsi e sabotarsi a vicenda», afferma Andrew Komarov, direttore esecutivo di Intel Crawler. «Confermare l’identità degli autori di questi malware è molto difficile, anche perché alcuni di essi vengono immessi da sorgenti pubbliche, eppure è evidente il loro utilizzo tutto interno all’Iraq e non verso l’esterno, per esempio contro una nazione straniera, il che potrebbe spiegare l’inizio di una cyberguerra locale». Komarov cita l’esempio di Njrat, un malware che mette l’hacker nella condizione di controllare a distanza un gran numero di dispositivi, come per esempio la videocamera e il microfono di un determinato computer. A differenza dei malware utilizzati in altri Paesi – il cui sistema si limita a ‘spammare’ incessantemente dei finti messaggi di posta elettronica alla ricerca di vittime a cui sottrarre denaro – Njrat sembra essere stato sviluppato dai cyberguerrieri con il preciso scopo di bersagliare determinate città, gruppi sociali e, in alcuni casi, specifiche famiglie: non è un caso che la maggior parte di queste intrusioni si siano verificate in quattro città irachene particolarmente interessate dagli scontri – Baghdad, Basra, Mosul ed Erbil. Molti malware sembrano progettati appositamente per essere diffusi attraverso i social media più popolari – Facebook e Youtube – ma vengono trasmessi anche all’interno di email, messaggi di Skype e Whatsapp e attraverso siti e forum dedicati all’approfondimento politico: alcuni post dedicati ad argomenti di grande rilevanza attuale, come per esempio la persecuzione dei musulmani sciiti e le connessioni esistenti tra il presidente siriano Assad e l’ISIS, si sono rivelati essere un mezzo altrettanto efficace per moltiplicare il numero di tali attacchi telematici.  


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