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14 giugno 2018

La rinascita della vita milioni di anni fa

«Oscuramente forte è la vita»

(Salvatore Quasimodo, La terra impareggiabile, 1958)

 

Tra 65 e 63 milioni di anni fa – almeno secondo le teorie oggi più seguite – un asteroide si abbatté sullo Yucatán, nel Golfo del Messico, creando il cratere di Chicxulub e causando in poco tempo la scomparsa di circa il 75% delle specie allora viventi sulla Terra. L’impatto – la cui potenza si calcola sia stata pari a un miliardo di volte di quella della bomba di Hiroshima – provocò una serie di enormi tsunami, l’acidificazione dei mari e il sollevamento di polvere e detriti che immersero il pianeta in una sorta d’inverno nucleare, modificandone il clima e inibendo per un periodo la fotosintesi.

A esso si deve, oltre alla scomparsa dei grandi sauri terresti, quella dei rettili Pterosauri dai cieli, di quasi tutti i rettili marini (Ittiosauri, Mosasauri, Pliosauroidei) escluse le piccole tartarughe e i coccodrilli, e di diversi gruppi di Uccelli (come gli Enantiornithes, dominanti in quell’era – il Cretaceo –, e gli Esperorniti). Anche i Mammiferi, che avrebbero dominato le ere successive, subirono una fortissima riduzione in tutto il pianeta: sopravvissero per lo più quelli di piccole dimensioni e quelli che avevano particolari caratteristiche riproduttive e adattive.

In molte parti del mondo per 300.000 anni la vita stentò a riprendersi e gli studiosi hanno per lo più supposto che proprio nelle aree in prossimità dell’impatto il recupero sarebbe stato più faticoso, a causa dell’emissione di sostanze tossiche e contaminanti. Una recente ricerca, però, Rapid recovery of life at ground zero of the end-Cretaceous mass extinction, pubblicata su Nature e guidata dall’Università di Austin in Texas, analizzando i reperti di microfossili – i resti di organismi unicellulari quali alghe e plancton – raccolti nell’area nell’ambito dell’International Ocean Discovery Program e dall’International Continental Drilling Program, è giunta a risultati inattesi: è proprio in questa zona intorno al cratere di Chicxulub che la vita riprese in un tempo sorprendentemente breve – di 2 o 3 anni –, sviluppando nel giro di 30.000 un grado di biodiversità molto più ricco che in zone assai più lontane dall’impatto. Poco dopo il disastro erano ricomparse le prime forme di vita microscopiche e 30.000 anni dopo si era sviluppato un ecosistema florido e vario e diverse popolazioni di animali marini erano tornate ad abitare il sito.

La ricerca suggerisce – e potrebbe quindi avere una certa rilevanza anche nel considerare l’odierno problema dell’innalzamento delle temperature, delle sue conseguenze e della reazione degli ecosistemi a esso – che la ripresa di fronte a eventi catastrofici dipenda in buona parte da fattori locali (quali la circolazione dell'acqua o le interazioni tra organismi, nel caso in studio) e che la reazione a livello globale sia invece meno facilmente prevedibile di quanto supposto: ancora poco sappiamo della capacità della ‘natura’ di reagire a eventi distruttivi per poterci arrogare la facoltà di previsioni certe.

 

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