26 aprile 2018

Le parole della depressione

“Mai”, “sempre”, “niente”, “tutti”, “nessuno” sono termini che esprimono pensieri assoluti, definitivi, netti, dicotomici: e sono parole utilizzate con di gran lunga maggiore assiduità da coloro che soffrono di depressione, di disturbi d’ansia e, soprattutto, che hanno pensieri suicidari, rispetto alle persone che non provano questi stati di dolore. L’uso di queste parole è ancor più peculiare del ricorso a termini che esprimono stati di tristezza e disperazione o anche di quelle che indicano autoreferenzialità (“io”, “me”, piuttosto che “voi”, “noi” o “loro”), che pure vengono usate con maggiore frequenza dalle persone con questo genere di disturbi affettivi. In particolare, le persone con ansia e depressione le usano il 50% in più e quelle con pensieri suicidari l’80% in più delle altre persone.

In una ricerca i cui risultati sono pubblicati su Clinical Psychological Science sono stati analizzati dal punto di vista testuale 63 forum su Internet, per un totale di circa 6.400 membri, servendosi di un software di Linguistic Inquiry and Word Count e mettendo a raffronto forum dedicati a questi tre tipi di disturbi affettivi con altri di controllo dedicati a patologie fisiche (asma, tumori, diabete) e a temi di ordine generale (forum per madri, pensionati, studenti e così via). La psicologia da tempo indaga la relazione tra linguaggio e patologie, ma l’uso dei software può offrire un contributo finora inedito per analizzare un numero di dati molto superiore e in modo più sistematico e approfondito.

I ricercatori pensano che l’uso dei termini ‘assolutistici’ sia più indicativo dell’uso di altri tipi di espressione di disagio poiché fornisce informazioni non tanto sul contenuto dei nostri pensieri, quanto sul modo, in parte inconsapevole, in cui si pensa. Sicché riveste particolare interesse il fatto che persone uscite da episodi depressivi, pur ricorrendo a termini incoraggianti e di contenuto positivo più spesso di quelle attualmente in stato di depressione, continuino a utilizzare questo tipo di linguaggio molto più di chi non è mai stato affetto da depressione: ciò che potrebbe rappresentare un’indicazione sulla tendenza alla recidiva degli stati depressivi.

Secondo i ricercatori tale genere di studi – da approfondire e raffinare, in particolare scegliendo campioni più controllabili per seguirne anche gli sviluppi nel corso del tempo – potrebbe avere sia valore diagnostico sia valore clinico, sperimentando per esempio terapie comportamentali che mirino ad agire su tali modalità vulnerabili di pensiero.


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