18 ottobre 2019

Meucci e il riconoscimento tardivo dell’invenzione del telefono

Antonio Meucci, di cui il 18 ottobre ricorrono i 130 anni dalla morte, ha attraversato il suo secolo con una grande passione per la scienza e la politica ed è universalmente riconosciuto come uno dei più grandi inventori italiani.

La sua affiliazione alla Carboneria e la partecipazione ai moti rivoluzionari del 1831 gli costarono prima la prigione e poi la fuga dall’Italia, che Meucci abbandonò con la moglie per trasferirsi prima a Cuba e poi a New York, per alcuni anni anche con l’amico e collaboratore Giuseppe Garibaldi.

La sua vita, tra il periodo cubano del benessere e della ricchezza economica e la miseria degli ultimi anni prima della morte a causa dell’assenza di scrupoli del mondo affaristico newyorkese che si trovò a frequentare, è punteggiata da una serie di invenzioni (una lampada a cherosene senza fumo e senza tubo, un metodo di produzione industriale di bevande frizzanti alla frutta, oli per vernici e pitture, candele steariche), tra cui la più importante è, senza dubbio, quella del telefono: dall’idea del “telegrafo parlante” sperimentato già a Cuba, e per stare accanto alla moglie costretta a letto da una grave forma di reumatismo articolare, creò una vera e propria linea telefonica e su questo collegamento sperimentò una trentina di diversi modelli di telefono, realizzandone uno praticamente perfetto tra il 1864 e il 1865.

Fin dalle prime prove il telefono di Meucci era composto da un diaframma vibrante e da un magnete avvolto in un filo elettrico e l’apparecchio generava un processo per cui quando la voce vi entrava all’interno il diaframma vibrava alterando il campo magnetico del circuito; si generava così una quantità di corrente che arrivava all’apparecchio di ricezione il cui diaframma vibrava a sua volta, restituendo le parole emesse in origine.

Tutto questo era stato reso possibile anche grazie ai suoi esperimenti di elettroterapia degli anni dell’Avana che gli avevano fatto, appunto, scoprire la trasmissione della voce per via elettrica (1849), rendendolo un pioniere assoluto in questo settore.

I problemi economici del periodo newyorkese gli impedirono però di brevettare la sua invenzione e anche la Telettrofono Company, che Meucci stesso aveva fondato con altri finanziatori italiani nel dicembre del 1871, riuscì a garantirgli solo una sorta di prebrevetto temporaneo, un caveat che egli riuscì a rinnovare per breve tempo e che il 28 dicembre 1874 decadde.

Proprio questo mancato brevetto consentì ad Alexander Graham Bell, pochi anni più tardi, nel marzo del 1876, di sottrarre a Meucci la paternità della sua invenzione, depositando al posto suo un brevetto per l’invenzione di un telefono che, sostanzialmente, copiava il progetto dell’inventore italiano a cui Bell aveva avuto accesso, dato che la scoperta di Meucci era molto conosciuta nella New York di quegli anni.

Ne scaturì una lunghissima battaglia legale, di cui Meucci non vide mai la fine, che ebbe anche l’appoggio, tra gli altri, di Guglielmo Marconi, il quale, anche in qualità di presidente del CNR tra il 1927 e il 1937, si preoccupò in ogni modo di rivendicare la priorità di Meucci nell’invenzione del telefono.

Priorità che venne riconosciuta, attraverso una valutazione del Congresso degli Stati Uniti con un esito largamente favorevole, soltanto l’11 giugno 2002. Nella risoluzione finalmente si attribuisce, seppure in maniera estremamente tardiva e comunque non completamente, a Meucci la paternità di una scoperta rivoluzionaria, in grado di segnare una linea di demarcazione profonda tra un prima e un poi.

 

Immagine: Antonio Meucci. Crediti: Photograph by L. Alman. Fonte, Wellcome blog post (archive). Foto V0026857, ICV No 27314 [CC BY 4.0 (https://creativecommons.org/licenses/by/4.0)], attraverso Wikimedia Commons

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