26 settembre 2012

OGM tra veleni e manipolazioni

di Nicola Nosengo

Non accennano a placarsi le polemiche scatenate dalla pubblicazione, sulla rivista Food and Chemical Toxicology, di uno studio sugli effetti sui ratti del mais geneticamente modificato, condotto dal ricercatore francese Eric Seralini dell'Università di Caen. Al contrario, il caso sta diventando emblematico. Non solo o non tanto della controversia scientifica attorno agli OGM, ma soprattutto del modo in cui i professionisti dell'informazione rischiano di farsi manipolare (o forse, si lasciano allegramente manipolare) da ricercatori che tengono più ai titoli dei giornali che non alla solidità degli esperimenti.

Andiamo con ordine. Il 19 settembre Seralini e il suo gruppo pubblicano uno studio in cui descrivono gli effetti sui ratti di una dieta a base di mais Roundup, prodotto dalla Monsanto, modificato geneticamente in modo da resistere all'omonimo erbicida, prodotto dalla stessa multinazionale. A leggerli, i risultati di Seralini sono inquietanti, e qualche pubblicazione italiana (Dagospia, tanto per dire) corre a definirli “una bomba”. I ratti nutriti con il mais Roundup, così come quelli esposti all'erbicida, avrebbero sviluppato tumori della mammella e seri danni al fegato e ai reni. Secondo i ricercatori, il 50 per cento dei maschi e il 70 per cento delle femmine sono morti prematuramente, contro il 30 e 20 per cento rispettivamente nel gruppo di controllo (quello non esposto al mais GM o all'erbicida).

Sono bastate poche ore, però, perché ricercatori di tutto il mondo iniziassero a criticare la metodologia dello studio. I ratti usati da Seralini, hanno fatto notare in molti, sono di una varietà già di per sé predisposta al tumore mammario. Specialmente se mangiano troppo, o se il mais di cui sono nutriti è contaminato da qualche fungo. Nell'articolo non sono descritte né le quantità di mais (e in ogni caso, una dieta di solo mais è di per sé qualcosa di non naturale per un ratto, che non può che causare squilibri metabolici) né se era stata controllata la presenza di funghi. Inoltre, la statistica è tutt'altro che pulita: non è che i ratti del gruppo di controllo siano rimasti tutti sani: 5 su 20 (quindi un quarto) hanno sviluppato un tumore e sono morti prematuramente. In alcuni dei gruppi di ratti trattati con il mais GM la percentuale di morti premature ha raggiunto i 60 per cento, ma in altri gli animali stavano addirittura meglio che nel gruppo di controllo. E poi, fanno notare da molti laboratori, il gruppo di controllo e il gruppo trattato dovrebbero avere le stesse dimensioni. Qui invece c'erano 20 animali nel gruppo di controllo e ben 80 in quello trattato. La statistica così diventa a dir poco dubbia.

La parte peggiore della storia però è un'altra. Prima della pubblicazione dello studio, Seralini e il suo gruppo hanno reso disponibile l'articolo ai giornalisti con la formula dell'embargo (comune, per il giornalismo scientifico). In pratica, i reporter potevano leggere lo studio in anticipo ma si impegnavano a non fare uscire una riga prima di una certa data, quella della pubblicazione su Food and Chemical Toxicology. Quello che non è normale è l'accordo di riservatezza che i ricercatori hanno fatto firmare ai giornalisti interessati, con il quale questi ultimi si impegnavano a non far circolare l'articolo e soprattutto a non sottoporlo ad altri esperti della materia per un giudizio critico. Questo, nel mondo del giornalismo scientifico, non era proprio mai successo. L'embargo delle grandi riviste come Nature e Science permette sempre esplicitamente la possibilità di inviare l'articolo ad altri scienziati per avere un commento indipendente. Il risultato è stato che molti giornali hanno riportato lo studio in modo acritico, sparando titoli a effetto non mitigati dalle obiezioni su metodo e risultati che la maggior parte dei biologi hanno avanzato appena letto lo studio. Alla polemica scientifica se ne è aggiunta così una tutta interna alla categoria del giornalismo scientifico: i giornalisti non avrebbero dovuto rifiutare quell'accordo di riservatezza? A dire il vero, molti grandi giornali, come il New York Times, il Los Angeles Times e il Washington Post, hanno comunque riportato lo studio con toni molto critici, in qualche caso denunciando esplicitamente l'anomalia di quell'accordo di riservatezza. Altri, anche dalle nostre parti, si sono prestati di più al gioco. La storia segna un brutto precedente. “Nature”, la più importante delle riviste scientifiche, ha commentato in un editoriale che “troppo spesso, nel dibattito sugli OGM in agricoltura, generalizzazioni ed estremismi portano a un dibattito pubblico sterile che oscura i punti chiave: quali tipo di OGM possano portare reali benefici all'agricoltura e ai consumatori: come evitare la manipolazione delle scelte dei coltivatori; che tipo di agricoltura sostenibile vogliamo per il nostro futuro. I dibattiti polarizzati, non gli OGM, sono il veleno da evitare”.


© Istituto della Enciclopedia Italiana - Riproduzione riservata

0