21 marzo 2017

Ostaggi dell’obsolescenza programmata

di Stefano Carpentieri

Capita ormai spesso di pensare di avere uno smartphone che sia il non plus ultra della tecnologia all’ultimo grido per poi scoprire, invece, che l’azienda produttrice ha già progettato di lanciare sul mercato entro pochi mesi la nuova versione dello stesso tipo cellulare. La prassi di lanciare un nuovo prodotto ogni anno, una delle politiche fondamentali di moltissime case produttrici di smartphone e non solo, consiste in un continuo e inarrestabile aggiornamento degli stessi modelli, che presentano piccole variazioni funzionali rispetto a quelli precedenti. Ormai tutte le grandi insegne di tecnologia cercano di accaparrarsi il consumatore con prodotti innovativi e alla moda, che escono con frequenza annuale o addirittura inferiore. Oltre al fattori legati al discorso consumistico e alle tendenze della moda, vi sono però altri aspetti più prettamente tecnologici da tenere in considerazione. È il caso, ad esempio, di una famosissima casa produttrice di cellulari che nel 2005 ha perso una class action (pratica processuale statunitense ove alcuni soggetti rappresentano per delega una determinata categoria di persone, chiedendo la soluzione di una questione che li accomuna) negli Stati Uniti, per aver commercializzato un prodotto con una batteria progettata per durare al massimo 12 mesi e impossibile da sostituire. Questa pratica, sanzionata in questo caso dal tribunale, può sembrare quasi truffaldina, ma si ascrive a una tendenza commerciale che ha origine negli anni Venti dello scorso secolo. Il primo caso, e forse il più lampante, è proprio il caso di dirlo, è quello della lampadina. I filamenti delle lampadine che compriamo oggi sono estremamente delicati, e spesso si rompono dopo un periodo di utilizzazione non molto lungo. È a dir poco paradossale che, con le conoscenze nel campo dell’ingegneria dei materiali che possediamo, non si riesca a illuminare continuamente le nostre case senza dover cambiare una lampadina ogni 3 mesi. In realtà già Thomas Edison - uno dei patriarchi dell’energia elettrica - nel 1889 presentò una lampadina dalla longevità di circa 1200 ore. Dopo un decennio esistevano lampadine che vantavano una durata fino a 250.000 ore. A riprova di ciò basti pensare che a Livermore, nello Stato della California, esiste, all’interno della locale caserma dei pompieri, una lampadina che dal 1911 non ha mai smesso di funzionare. Se oggi le lampadine che si trovano in commercio hanno una vita notevolmente più breve, lo si deve a una precisa scelta strategica del cartello Phoebus. Sotto questo nominativo si raggrupparono, forse nel 1924, tutti i principali produttori di lampadine del mondo per stabilire delle regole che ponessero un limite alla produzione di lampadine troppo longeve. La durata di vita del prodotto fu quindi fissata a un massimo di 1000 ore di funzionamento. Una serie di complessi regolamenti e sanzioni furono creati per impedire ai singoli produttori di andare contro questa tendenza, che permetteva ai fabbricanti di fa sì che il mercato avesse sempre bisogno dei loro prodotti. Nel 1930, negli Stati Uniti, fu pubblicato un saggio intitolato Uscire dalla depressione attraverso l’obsolescenza pianificata, nel quale l’imprenditorie Bernard London sosteneva la necessità di creare una legge che limitasse la durata della vita dei prodotti, al fine di uscire dalla crisi economica nella quale il Paese si trovava all’epoca. Se attualmente una legge del genere non esiste in alcuno Stato, ciò nondimeno l’obsolescenza programmata è presente ovunque sotto varie forme. Si può parlare di obsolescenza diretta, quando il prodotto cessa di funzionare, sia per “errore” di progettazione, o per “incompatibilità” (come per i caricatori dei telefoni cellulari), o per “notifica”  (come nel caso delle stampanti che segnalano la necessità di cambiare la cartuccia ben prima che essa sia davvero terminata). Contro questo tipo di obsolescenza in alcuni Paesi sono state approvate delle leggi nell’interesse del consumatore. In Francia, ad esempio, nel 2015 il parlamento ha stabilito che tutti i produttori che mettono sul mercato prodotti con deficienze strutturali fossero passibili di pene nella misura della reclusione fino a 2 anni e della multa fino  a 300.000 euro. Nonostante ciò, l’applicazione di tale legge resta molto complessa, soprattutto a causa della vaghezza del reato, e a oggi non risulta che nessun fabbricante sia mai stato punito. La tecnica più efficace dell’obsolescenza programmata è, infatti, quella “indiretta”, che agisce non sul prodotto rendendolo inutile, bensì sul consumatore, spingendolo a sentire il bisogno di un nuovo acquisto. Si parla dunque di “obsolescenza estetica”, cuore del mercato della moda, quando ci ritroviamo a sostituire la moka della mamma con una macchina che, pur costando molto di più, non fa altro che il caffè. O, ancora, di obsolescenza per “scadenza”, ove sulla scatola sia indicata una data di limite d’uso che non corrisponde realmente alla scadenza naturale del prodotto, e, infine, della tecnica di obsolescenza “ecologica”, che ci spinge ad acquistare un prodotto perché più “ecosostenibile”, come le lampadine a fluorescenza. Parlando di sostenibilità, è importante ricordare che l’obsolescenza programmata non colpisce solo i portafogli dei consumatori, ma causa all’ambiente un danno ancora più rilevante. La maggior parte dei materiali elettronici, considerati obsoleti dal nostro mercato, vengono trasportati in Africa (in Ghana in particolare), dove vengono scaricati con l’etichetta di “materiale di seconda mano” ( il diritto internazionale vieta infatti lo scarico di rifiuti in Paesi in via di sviluppo). Per la produzione degli smartphone e degli altri gadget tecnologici, inoltre, vengono utilizzati in gran quantità i cosiddetti “minerali di terra rara”, ossia dei metalli ottenuti lavorando dei minerali presenti in gran quantità in Cina. Circa il 70% del fabbisogno di questi metalli proviene dalla zona di Baotou , una città della Mongolia che ha visto in questi ultimi anni uno sviluppo senza precedenti. Con una popolazione di 97.000 abitanti negli anni Cinquanta, oggi si contano circa 2 milioni e mezzo di persone che gravitano intorno alle fabbriche e alle grandi insegne di tecnologia. Oltre all’aumento della popolazione, si è creato anche un lago artificiale, frutto degli scarichi dei liquami utilizzati per lavorare i componenti degli smartphone. L’obsolescenza programmata è, quindi, alla base del nostro sistema economico; essa genera necessità che determinano la creazione di posti di lavoro e che, allo stesso tempo, producono rifiuti tossici e speciali. La domanda da porsi, quindi, è se i nostri bisogni di breve termine valgano i rischi a lungo termine.


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