15 luglio 2013

Se i nazisti avessero avuto il computer quantistico

Durante la Seconda guerra mondiale, il team di analisti guidato da Alan Turing impiegò anni per decifrare il codice Enigma (dal nome della particolare macchina utilizzata dai nazisti per criptare le loro comunicazioni), segnando una svolta fondamentale per l’esito del conflitto. Per fortuna Enigma non era un computer quantistico, altrimenti il codice sarebbe stato assolutamente indecifrabile. Seth Lloyd, del Massachusetts Institute of Technology (MIT), ha sviluppato una versione ipotetica della macchina da scrivere Enigma che, al posto del dispositivo originale (una sequenza di rotori elettrici in grado di cambiare l’impostazione e la sequenza dei caratteri), si basa sull’utilizzo dei fotoni, e sulla loro abilità quantica di seguire due pattern alla volta. Il risultato è una macchina (ipoteticamente) in grado di aumentare il volume delle informazioni contenute nel messaggio in codice senza necessariamente introdurre una significativa riduzione della forza della chiave di decriptazione. La versione quantica del codice Enigma è di difficile applicazione, anche se, sotto il profilo della segretezza, molto più difficile da decifrare. In sostanza, mentre i documenti prodotti da una macchina Enigma originale potevano essere riprodotti attraverso un dispositivo analogo (a patto che si conoscessero le giuste impostazioni), la nuova macchina quantica è studiata in modo da impostare la chiave di decriptazione prima della realizzazione del messaggio in codice: in questo modo gli unici ‘messaggi’ inviati sono le comunicazioni stesse. “Potrebbe rivelarsi utile per una futura civilizzazione del sistema solare”, afferma Vadim Makarov della University of Waterloo (Canada), che insieme a Lloyd sta tentando di costruire un modello reale. Che potrebbe avere, non a caso, la forma di una macchina da scrivere.    


0