20 dicembre 2017

Studiare gli ecosistemi dell’Artico

Il 30 novembre scorso è stato sottoscritto, dopo lunghi negoziati, un accordo tra Canada, Cina, Unione Europea, Islanda, Danimarca (in rappresentanza di Groenlandia e Isole Faroe), Giappone, Norvegia, Corea del Sud, Russia, Stati Uniti e Cina che vieta per sedici anni la pesca commerciale nella parte centrale dell’Oceano Artico, un’area di circa 2,8 milioni di km² che lo scioglimento dei ghiacci sta rendendo più facilmente navigabile e quindi molto attraente. L’Agreement to Prevent Unregulated High Seas Fisheries in the Central Arctic Ocean, siglato da tutti i Paesi che su tale mare affacciano o che per le loro economie sarebbero più interessati al suo sfruttamento, stabilisce che prima di intraprendere le attività commerciali ittiche in questa enorme zona (più grande del Mediterraneo) bisognerà dare tempo agli scienziati di studiarne gli ecosistemi per comprendere se esistano possibilità di procedere in modo sostenibile e non invasivo. L’accordo si rinnoverà ogni cinque anni automaticamente, salvo che un Paese non si opponga – cosa che si spera vivamente che non accada – o non venga stabilito un piano di gestione della pesca basato su criteri scientifici. Si tratta dunque di una decisione importante, poiché stabilisce un principio finora trascurato, che forse si potrebbe riassumere banalmente così: “prima di agire, pensa”.

L’ecosistema dell’area interessata dall’accordo è ancora relativamente poco conosciuto, proprio perché fino a non molti anni fa l’Artico centrale era difficilmente raggiungibile anche nei mesi estivi. Solo recentemente, ma a ritmi sempre più accelerati, lo scioglimento dei ghiacci sta schiudendo rotte prima impraticabili e aprendo una sorta di ‘oceano nuovo’, in cui nella stagione più mite è ormai possibile penetrare in profondità. Quali siano le prospettive di pesca non è ancora chiaro, almeno a breve termine. Certamente le specie indigene sono sottoposte a fortissimo stress e molte di esse sono in estinzione; ma i cambiamenti hanno coinvolto tutto lo spettro della vita marina. Tuttavia ancora troppo poco si conosce dei delicati equilibri di un sistema così estremo già per sua natura, e soggetto inoltre a forti variazioni stagionali – la banchisa artica, il ghiaccio galleggiante, in condizioni ‘normali’ varia dai 15 milioni di km² a marzo ai 6,5 milioni di km² a settembre.

Ciò che però risulta ormai evidente è che l’Artico è particolarmente vulnerabile all’innalzamento delle temperature, e in pari misura ha effetto sulla regolazione del clima globale. Le sue grandi distese di ghiaccio bianco, infatti, sono tra le maggiori responsabili dell’albedo terrestre – rispediscono cioè nello spazio i raggi solari riflettendoli – e quanto più il ghiaccio diminuisce, tanto più i raggi solari scalderanno il pianeta. Inoltre il permafrost, il terreno sempre ghiacciato da millenni che si estende fino a centinaia di metri di profondità e che ricopre le regioni che sull’Artico si affacciano, sciogliendosi sprigiona grandi quantità di metano e CO2, la principale causa del riscaldamento globale, innescando un altro circolo vizioso che incrementa ulteriormente l’effetto serra.

I progetti di ricerca sull’Artico sono numerosi e proseguono da anni, ma da tempo la comunità scientifica denuncia la necessità di un maggiore coordinamento, un più intenso scambio di dati, una più stretta collaborazione. È per questo che l’accordo siglato a novembre prevede anche un programma congiunto di ricerca che metta insieme tutto ciò che già si sa e approfondisca quello che invece si conosce ancora troppo superficialmente. Nel frattempo, appunto, non si dia il via a nuove iniziative che possano mettere ulteriormente a repentaglio ciò che speriamo di non avere già perso.


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