5 agosto 2019

Sulle spiagge di Hiroshima ancora i resti del fallout nucleare

Il 6 e il 9 agosto 1945 l’aeronautica militare degli Stati Uniti sganciò due bombe atomiche sulle città giapponesi di Hiroshima e Nagasaki, in uno degli episodi più tragici della Seconda guerra mondiale, che segnò, di fatto, la fine del conflitto.

Il numero delle vittime fu altissimo e l’evento rappresentò una sorta di punto di non ritorno, trattandosi del primo e unico utilizzo bellico di armi nucleari. Le conseguenze, come accadde circa 40 anni dopo con l’esplosione del reattore nucleare di Černobyl′, sono ancora oggi non completamente calcolabili, perché al numero dei morti nell’immediatezza dell’esplosione, si aggiunsero i danni subiti dai sopravvissuti.

L’impatto fu talmente violento che oggi, a distanza di 74 anni, il territorio ne conserva ancora i retaggi: una recente ricerca ha scoperto infatti che le spiagge di Hiroshima sono in parte composte da microparticelle vetrificate, frutto del residuo delle ceneri dell’esplosione atomica.

La città di Hiroshima, in particolare, a seguito del bombardamento fu letteralmente polverizzata: solo il 10% degli edifici rimase in piedi, mentre tutto il resto venne distrutto anche dagli innumerevoli incendi che fecero seguito all’esplosione.

I resti di quell’inferno sulla Terra sono stati ritrovati, peraltro in maniera assolutamente casuale, dal geologo Mario Wannier mentre si trovava su quelle spiagge (in particolare nella penisola di Motoujina, nella baia di Hiroshima) alla ricerca di micro-organismi marini: le particelle ritrovate («vetrose, tondeggianti, aerodinamiche», così come dichiarato dallo stesso Wannier) presentano alcune analogie con quelle del limite K-T, ossia le particelle presenti nei sedimenti che risalgono all’impatto dell’asteroide che causò l’estinzione dei dinosauri circa 65,5 milioni di anni fa: anche in quel caso, l’impatto sciolse la sabbia trasformandola in vetro. Tuttavia, le particelle di Hiroshima presentano una composizione assolutamente specifica, formata da diverse percentuali di combinazioni di vetro e silicio, acciaio inossidabile, gomma e calcestruzzo, che non può essere confusa con le conseguenze di quell’arcaico evento.

I granelli si sabbia, analizzati da un gruppo di ricercatori dell’Università di Berkeley, sono stati classificati, mediante un processo di separazione degli elementi chimici, in sei gruppi morfologici diversi, che vanno dai vetri trasparenti ad alcune componenti del tutto simili alla gomma. La loro tipica composizione, come avvenuto in modo analogo dopo l’impatto con la Terra dell’asteroide, è   dovuta alle condizioni estreme di temperatura (più di 1800 °C), ma ci restituisce nel contempo un’immagine della città di allora e i materiali con cui era stata costruita: parte delle ceneri e delle polveri prodotte dall’esplosione raggiunse la stratosfera, per ricadere poi nuovamente sulla spiaggia in forma di sabbia. Oggi si stima che quelle polveri costituiscano ancora il 2,5% circa dell’intera superficie della spiaggia, per un totale di circa 2.000 tonnellate: un materiale per fortuna ormai non più radioattivo, ma residuo certo del fallout nucleare postatomico.

Lo studio rappresenta il primo report sulle conseguenze di un’esplosione atomica negli ambienti urbani e sulle ricadute territoriali nel corso degli anni. Potrebbe sorprendere che questo tipo di indagine territoriale giunga soltanto oggi, a distanza di così tanti anni, ma all’epoca ci si concentrò soprattutto sugli effetti delle radiazioni nucleari sugli esseri umani, allora poco note e ancora oggi oggetto di discussioni e studi.

 

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