22 novembre 2019

Un’evoluzione che non finisce mai

Il 24 novembre 1859 fu pubblicata per la prima volta L’origine delle specie ad opera della selezione naturale, ossia il mantenimento delle razze avvantaggiate nella lotta per la vita di Charles Robert Darwin, un’opera che innovava fortemente la concezione scientifica dell’uomo e della natura. La rivoluzione teorica operata da Darwin ha inciso profondamente sul modo in cui gli uomini percepivano sé stessi e suscita ancora oggi giudizi contrastanti. La sua teoria dell’evoluzione naturale, generalmente accettata dalla comunità scientifica, viene ancora apertamente contestata da ambienti non specialistici, spesso con motivazioni morali o religiose poiché sembra apportare un colpo decisivo alla centralità dell’uomo nell’universo e al creazionismo, secondo cui le specie viventi sono state create così come sono e l’uomo, in particolare, a immagine e somiglianza di Dio. Darwin che aveva un rapporto complesso con la fede, che lo portò a un certo punto della sua evoluzione personale a definirsi agnostico, non ebbe mai un atteggiamento ostile verso la religione, ma difese con forza la sua convinzione che tutti gli esseri viventi, uomo compreso, siano sottoposti, nel succedersi delle generazioni, a lenti ma continui cambiamenti, chiamati evoluzione. L’ambiente seleziona proprio a partire da questi cambiamenti gli individui che risultano più adatti alla sopravvivenza e alla riproduzione; il meccanismo dell’evoluzione, impercettibile nel corso di una generazione, si manifesta nel lungo periodo, nei millenni con cui si misura la storia della vita sulla Terra. Il darwinismo si è confrontato con diverse applicazioni e interpretazioni; nei primi anni del Novecento, il cosiddetto darwinismo sociale applicava in modo meccanico la teoria dell’evoluzione alle comunità umane, con derive di tipo razzista e discriminatorio. Più recentemente, una parte della comunità scientifica si è posta il problema di come si sviluppi l’evoluzione umana ora che il contatto con l’ambiente naturale è fortemente filtrato dalla cultura e dai fenomeni di antropizzazione. Nondimeno, la diffidenza principale nell’opinione pubblica verso il darwinismo è ancora oggi, a centosessanta anni dall’uscita di L’origine della specie, dettata da un fondamento religioso. In una indagine del 2017 sulla diffusione del darwinismo negli Stati Uniti è risultato che il 38% delle persone intervistate pensavano che l’uomo fosse stato creato da Dio nella sua forma attuale negando ogni forma di evoluzione. Una percentuale esattamente uguale riteneva invece che l’uomo fosse il prodotto di una evoluzione, guidata però da Dio, secondo la cosiddetta teoria del disegno intelligente (intelligent design). Solo il 19% degli statunitensi considerava l’uomo come il prodotto dell’evoluzione naturale. Coloro che credevano che l’evoluzione umana sia stata un processo dovuto alla natura, senza alcun intervento divino, erano dunque ancora una minoranza, anche se in lenta crescita. Un’indagine meno recente, ma sviluppata in ventitré diversi Paesi, mostrava una lieve prevalenza dei sostenitori dell’evoluzionismo (41%) rispetto ai creazionisti (28%) e agli incerti (31%). Forse neanche Darwin avrebbe immaginato che quasi due secoli dopo il viaggio del brigantino Beagle e le osservazioni su tartarughe e uccelli nello straordinario mondo delle Galapagos, le sue teorie avrebbero ancora coinvolto e diviso l’umanità intera. Il 24 novembre sarà forse ricordato soprattutto dagli appassionati e dagli specialisti, ma ogni anno, si celebra, a livello internazionale, il Darwin Day, con dibattiti e manifestazioni pubbliche, in occasione del 12 febbraio, anniversario della nascita del grande naturalista.

 

Immagine: Charles Darwin in un dipinto di Walter William Ouless conservato nel Christ’s College dell’Università di Cambridge. Crediti: Walter William Ouless. Fonte, http://jadepricephoto.com/darwiniana/ouless.jpg [Public domain], attraverso Wikimedia Commons

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