14 maggio 2019

Un milione di specie a rischio

Ancora un allarmante rapporto sullo stato della biodiversità pubblicato dall’Intergovernmental Science-Policy Platform on Biodiversity and Ecosystem Services (IPBES, un istituto indipendente creato dall’ONU nel 2012), frutto di uno studio pluriennale compiuto da 145 studiosi di 50 diversi Paesi, che hanno analizzato una letteratura specialistica molto ricca (circa 15.000 pubblicazioni), giungendo alla conclusione che almeno un milione sono le specie attualmente a rischio, ossia che potrebbero scomparire nel breve arco di pochi decenni. Secondo la valutazione dei ricercatori, circa il 25% di animali e piante è ormai minacciato: il 40% degli anfibi, il 34% delle conifere, il 33% delle barriere coralline, il 25% dei mammiferi, il 14% degli uccelli, solo per citarne alcune. E il ritmo di estinzione è ormai parossistico: tra il 1980 e il 2000 sono stati persi 100 milioni di ettari di foresta tropicale, principalmente a causa degli allevamenti di bestiame in Sud America e delle piantagioni di palma da olio nel Sud-Est asiatico.

Come è noto allarmi analoghi vengono lanciati periodicamente dalla comunità scientifica e non si tratta di un fulmine a ciel sereno: l’alto rischio per gli impollinatori e gli Insetti in generale, per esempio, particolarmente complesso da monitorare, ma su cui esistono studi locali e regionali rappresentativi, è già stato diverse volte denunciato, così come esistono numerose ricerche che evidenziano una chiara tendenza distruttiva, sia per quanto riguarda la fauna (cfr. tra gli altri il Living Planet Report 2018 del WWF), sia per quanto riguarda la flora, in particolare a causa della deforestazione selvaggia, che colpisce aree vitali per l’intero pianeta, come quella amazzonica. Ma questo ultimo studio è particolarmente importante e potrebbe essere forse paragonato per completezza a quello concordato durante la Conferenza di Parigi e pubblicato dall’Intergovernmental Panel on Climate Change (IPCC) nell’ottobre 2018 sul cambiamento climatico, il quale indicava che la soglia massima di aumento della temperatura dovrebbe essere mantenuta «ben al di sotto di 2 °C» rispetto all’epoca preindustriale affinché gli sconvolgimenti non siano del tutto devastanti.

È ormai inoltre pressoché unanime il riconoscimento che tutto ciò dipenda dalla attività antropica: siamo tanti, abbiamo molte necessità che impattano sulla natura, in particolare alimentari ed energetiche, e si potrebbe dire che ci stiamo letteralmente mangiando il pianeta. L’IPBES infatti pone al primo posto delle attività umane invasive il consumo di suolo e quindi l’uso del mare (secondo i ricercatori solo il 3% degli oceani è libero da pressione umana), l’impatto alimentare, i cambiamenti climatici e l’inquinamento. E affinché questa tendenza distruttiva venga rallentata e i suoi effetti controllati, sono necessari sia interventi macroeconomici che guardino alle nostre esigenze e a quelle del pianeta, che sono ovviamente collegate, in modo olistico, sia un mutamento degli atteggiamenti individuali di indifferenza: un maggiore coinvolgimento politico anche a livello dei singoli.

 

Crediti immagine: Chiara Renso. Creative Commons Attribuzione-Condividi allo stesso modo 4.0 Internazionale, attraverso it.wikipedia.org

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