12 febbraio 2015

1947, dagli Usa mais miracoloso

di Lucia Ceci

Molto prima che sugli Ogm si lacerasse il dibattito pubblico in Italia e in Europa, la discussione sulla capacità di governare le conseguenze dirette e indirette dell’innovazione tecnologica importata aveva preso forma nella campagna, sponsorizzata dagli Usa, per l’introduzione del mais “miracoloso” nel sistema agricolo peninsulare. Nel 1947 l’amministrazione americana sostenne infatti l’incipit di un programma di diffusione di sementi elette, ottenute attraverso processi artificiali di ibridazione del mais.

Sullo sfondo di una Guerra fredda in cui l’Europa era velocemente divenuta il primo terreno di confronto con l’Urss, gli Stati Uniti promossero l’introduzione in Italia del mais ibrido (hybrid corn o hybride maize): un esemplare privo di impurità, frutto dell’incrocio di due o più tipi autofecondati di granturco, che si era diffuso rapidamente negli Usa grazie alle politiche del New Deal di Roosevelt. Per il fenomeno del “lussureggiamento” degli ibridi quelle piante dimostravano particolare vigore e dimensioni maggiori delle pannocchie. Ma proprio a causa dei meccanismi di ibridazione il mais “miracoloso” acquisiva anche un’altra particolarità: il seme poteva essere usato una sola volta. Qualora fosse stato reimpiegato il raccolto sarebbe stato disastroso. La novità americana, produttiva e alimentare al tempo stesso, si rivelò incompatibile con le cucine regionali: quali sapori avrebbero assunto con il nuovo granoturco le diverse polente cucinate in Italia, gli gnocchi, la paniscia? Insieme alla differenza di sapore, la mancanza di controlli specifici e i ripetuti inviti a darlo agli animali concorsero ad alimentare dubbi sulla qualità e salubrità del nuovo mais. Il progetto di modernizzazione che coinvolse le campagne italiane negli anni del Piano Marshall è al centro del saggio di Emanuele Bernardi Il mais “miracoloso”. Storia di un’innovazione tra politica, economia e religione (Carocci 2014). L’autore ricostruisce il percorso attraverso il quale gli Stati Uniti e le organizzazioni religiose divennero, con la Federconsorzi e la Coldiretti, la forza propulsiva di un piano di trasformazione dell’agricoltura italiana, che cambiò i modi di produzione e le abitudini alimentari di una società lanciata verso i consumi di massa, pur senza riuscire a rafforzare la sovranità alimentare nazionale. Tra i motivi di interesse del volume è l’analisi del coinvolgimento della Chiesa, la cui sensibilità ruralista aveva raggiunto la più spettacolare manifestazione solo pochi anni prima, nell’adesione appassionata di vescovi e parroci d’Italia alla Battaglia del grano promossa dal regime fascista. Nel 1950, anno del Giubileo e della riforma agraria, il progetto di diffusione del mais “miracoloso” fu infatti affiancato da una sorprendente iniziativa dal basso dei cattolici e protestanti d’America. Anche la Chiesa di Pio XII, con la sua capillare organizzazione territoriale, nazionale e internazionale, si fece parte attiva, convergendo con gli Usa e con lo Stato italiano su obiettivi comuni: contrasto alla fame, contenimento del comunismo, impegno nella modernizzazione tecnica. Nella costruzione del ponte tra Usa e Vaticano svolse un ruolo chiave il sacerdote di origini friulane Luigi Gino Ligutti, direttore della National Catholic Rural Life Conference e osservatore ufficiale della Santa Sede presso la Fao. Tipico rappresentante progressista del movimento cattolico rurale americano, cresciuto negli Usa dopo la crisi del 1929, Ligutti era promotore del ritorno alla terra. Nel 1940 aveva scritto un articolo dal titolo emblematico, Cities kill, e uno dei suoi motti più noti recitava: «Ora et labora. E usa tanti fertilizzanti!». Fu lui a convincere papa Pacelli a sostenere la diffusione del mais “miracoloso” in Italia. Il 7 marzo 1950, a un mese dall’arrivo al porto di Genova delle sementi ibride partite da New Orleans per iniziativa di diverse organizzazioni cattoliche americane, Ligutti fu ricevuto in udienza speciale da Pio XII e gli consegnò un esemplare del nuovo mais. Con un gesto che vantava antiche radici nella liturgia cattolica, il papa benedì il frutto della terra venuto d’Oltreoceano, offrendo in tal modo, anche sul piano simbolico, il proprio sostegno alla campagna. Attraverso le diocesi e le parrocchie, la Pontificia Opera di Assistenza procedette alla distribuzione, concentrandosi nell’Italia settentrionale. Accanto alle forniture gratuite, avanzò l’azione della Federconsorzi con la vendita a prezzi vantaggiosi dei semi importati dagli Usa o prodotti da compagnie americane che avevano aperto sedi in Italia. Qualche rivista specializzata paragonò il successo del nuovo “pop corn” americano al trionfo della Coca-Cola e dei ritmi sincopati che animavano le sale da ballo, ma invitò pure a non abbandonare i bruscolini nostrani e le mandorle tostate. Soprattutto al cinema. In realtà il successo produttivistico della campagna maidicola coincise con il crollo verticale dei consumi alimentari di mais, il cui futuro si indirizzò quindi verso l’industria zootecnica. Sul piano politico, durante gli anni più duri della Guerra Fredda, l’introduzione del mais ibrido finì col dimostrarsi un elemento di divisione che vide contrapposte le forze di governo, impegnate acriticamente ad esaltare il moderno produttivismo americano, e le sinistre, fautrici di una sperimentazione che guardava alle tecniche utilizzate in Unione Sovietica. A distanza di mezzo secolo e al di fuori della cornice del bipolarismo, gli Stati Uniti avrebbero aperto un nuovo fronte divisivo con l’offerta della loro più recente innovazione: gli organismi geneticamente modificati. Mentre i nuovi ibridi si diffondevano rapidamente all’interno dei grandi colossi dell’agricoltura mondiale (Cina, India, Canada, Brasile), dinanzi a una posizione altalenante dell’Europa, l’Italia decise di vietare, dopo altri sei Paesi dell’Ue, la coltivazione del mais geneticamente modificato, pur consentendone l’importazione per uso zootecnico. Anche in quell’occasione l’amministrazione americana cercò l’appoggio della Santa Sede per promuovere il mais biotech. Nel corso di un’udienza con Giovanni Paolo II, risalente al 2 giugno 2003, il segretario di Stato Colin Powell diede forma pubblica alle ripetute sollecitazioni già avanzate in tale direzione, ma senza ricevere dal pontefice un riscontro positivo. Sugli Ogm la posizione vaticana è stata insomma più avvertita: nessuna benedizione delle piante transgeniche. E non per ragioni di bioetica, ma per il timore che esse cancellassero, soprattutto nei Paesi più poveri, le colture tradizionali a vantaggio degli interessi commerciali di poche grandi aziende. La Chiesa cattolica, in realtà, non ha neanche assunto una posizione ufficialmente contraria. La Pontificia Accademia delle Scienze ha difeso a più riprese la trasformazione transgenica in agricoltura per alleviare la fame nel mondo, e nel 2009 il cardinale Camillo Ruini ha respinto la richiesta di una presa di posizione solennemente anti-Ogm, avanzata dall’allora ministro delle Politiche agricole Luca Zaia. La partita comunque non è chiusa. Sembra troppo definirlo un endorsement ufficiale, ma il 7 novembre 2013 papa Francesco ha benedetto il “Golden Rice”, una qualità di riso geneticamente modificato.


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