15 novembre 2016

Alla scoperta del viaggio

di Jakob Terčon

L’uomo ha una paura intrinseca del buio. L’oscurità intesa come ignoto, smarrimento, perdita, ignoranza, ci spaventa. Abbiamo paura di ciò che non conosciamo, di ciò che non capiamo. Questo sentimento spesso ci spinge a reagire in modi sbagliati, ad arrabbiarci, a limitarci, a rifiutare, a negare. Come combattere, quindi, questa situazione? Forse l’unica forza motrice che può trascinare l’uomo fuori dal vortice dell’ignoranza è la curiosità. L’essere umano è infatti anche un po’ masochista, e quindi è attratto, paradossalmente, anche da ciò che lo spaventa. L’essere curiosi è la condizione necessaria per elevarsi alla scoperta di ciò che ci circonda. La curiosità ci aiuta a capire, a domandarci, a metterci in discussione, a non banalizzare, a paragonare, a riflettere.

Ci sono varie categorie di curiosi, ma una è sicuramente quella dei viaggiatori. Il viaggio è anch’esso presente nella natura umana per definizione. La specie umana è partita dall’altopiano etiope alla scoperta del globo e non si è mai fermata. Nel susseguirsi dei secoli le persone hanno viaggiato sia per curiosità, alla scoperta di nuovi confini o alla conquista di nuovi mondi, oppure hanno migrato per necessità in cerca di un posto migliore dove rifugiarsi e vivere. Entrambe le forme di viaggio sono tutt’ora presenti e ci accompagneranno, inevitabilmente, fino alla nostra estinzione.

Si potrebbe dividere il viaggio in tre fasi: la partenza, la scoperta e il ritorno. Il ritorno può talvolta essere inglobato nella scoperta stessa, qualora uno parta per non ritornare. In questo caso il ritorno è soltanto mentale e avviene quando ci si accorge di esserci stabilizzati e che non si è più in viaggio. Ritorno, dunque, come rivelazione, conclusione temporanea del cammino intrapreso. Perché, come ogni viaggiatore ben sa, un cammino senza fine è privo di ogni significato. Tutte le fasi sono a loro modo molto interessanti.

La partenza è molto simile al primo giorno di scuola, o all’inizio della lettura di un romanzo, quando si è pieni di aspettative, domande, sogni, prospettive, desideri. Quando si parte alla scoperta di qualcosa che non si conosce, guidati appunto dalla curiosità.

La scoperta è forse quella più banale, poiché spesso ci poniamo troppe aspettative, denigrando ciò che già conosciamo, prendendo come dogma che il nuovo sarà necessariamente migliore. Penso invece che si dovrebbe partire liberi, con la sola convinzione che qualsiasi momento vissuto o rivelazione raggiunta saranno solamente esperienze in più da registrare sul libriccino chiamato vita.

E infine il ritorno, la rivelazione, che gioca un ruolo fondamentale nel cammino, senza il quale l’avventura perderebbe la sua vera essenza che è quella di farci rendere conto del cambiamento che è avvenuto dentro di noi. Non commettiamo l’errore di banalizzarlo a un ritorno alla monotonia, alla quotidianità, ad un ritorno a casa. Il ritorno è più di tutto questo: il mondo è dinamico, noi siamo dinamici e tutto è costantemente in mutazione. È in questa fase che ci rendiamo conto della metamorfosi, delle esperienze vissute, della maturità acquisita, delle conoscenze fatte e delle informazioni che abbiamo ricevuto su noi stessi e sul mondo che ci circonda. È qui, nella malinconia del ritorno, che sentiamo il tempo scorrere, che ci sentiamo vivi, che sentiamo il rumore dei passi che stiamo facendo e che echeggiano alle nostre spalle.

Ci sono infine due, semplici, tipi di viaggiatori: quelli che sanno stare da soli e quelli che, invece, devono sempre stare in compagnia di qualcuno. Chiaramente non c’è un modo giusto o sbagliato di partire e ogni modalità offre stimoli ed esperienze diverse. Bisogna però stare attenti a bilanciare i due tipi di relazioni personali che si instaurano durante queste due diverse tipologie di viaggio. L’uomo è un individuo in relazione con gli altri e spogliato di questa connessione cessa di esistere. Noi esistiamo perché siamo in relazione con gli altri. Anche per questo semplice motivo, una società puramente individualista prima o poi è destinata a soccombere, perché priva l’uomo del bisogno che ha di dipendere da qualcuno.

Allo stesso tempo, però, per poter offrire all’esterno una persona buona, o, per dirla con Aristotele, un animale politico sano, un rapporto costruttivo, onesto, rispettoso, amoroso, bisogna prima essere in pace con il proprio io, sapere e seguire i propri principi, sapendo come ascoltare la nostra voce interiore, nutrirla e curarla. Il viaggio solitario ci può offrire tutto ciò: ci dà più possibilità di vedere altri punti di vista o di ritrovarci in circostanze meno usuali. Situazioni che si riveleranno preziosissime lezioni di vita.

Il viaggio è tutto questo, il viaggio ci mette alla prova, viaggiando ci perdiamo per poi ritrovarci, magari diversi, magari no, e viaggiando si alimenta l’animo che ci definisce e che ci ha traghettato fino a qui, dove siamo ora. La paura del cambiamento appartiene a chi non ha mai viaggiato, a chi non si è mai perso.

 


© Istituto della Enciclopedia Italiana - Riproduzione riservata

0