28 aprile 2015

Amore, matrimonio, famiglia: i dilemmi della Chiesa nei secoli

di Lucia Ceci

«Oggi si vogliono far prete solo le donne, vogliono figli solo quelli che non possono averne, e vogliono sposarsi solo le persone omosessuali». La battuta, raccolta da un vecchio parroco italiano all’inizio del XXI secolo, sintetizza con ironia alcuni dei nodi che Alberto Melloni affronta nella sua ultima brillante fatica Amore senza fine, amore senza fini (il Mulino). Il libro, di piacevolissima lettura, dipana l’universo dei legami d’amore disponendolo nel tempo lungo. Il discorso guarda al presente, al discorso pubblico sui diritti delle famiglie espresso dalla simultaneità globale. E naturalmente guarda alla Chiesa cattolica, tradizionale azionista di maggioranza nella definizione dell’ethos sulla famiglia, messo più di altri in discussione dallo spostamento di parametri che, come notava il buon parroco, percorre la cultura occidentale dei cui costumi si informa tanta parte del pianeta.

Dall’annuncio di Gesù che scandalosamente chiedeva di odiare il padre e la madre, che insieme all’adulterio condannava i perbenisti cinici e zelanti, Melloni passa ad esaminare gli spostamenti che si realizzano nella Chiesa latina durante il XII-XIII secolo, quando la figura giuridica romana di contratto e quella paolina di sacramento introducono nel dettato evangelico, relativista in materia di famiglia, un complesso sistema di impedimenti e condizioni che trasformano la teoria del matrimonio come «puro consenso». I gesti e le parole rigorosamente al presente («ve tocho la man che siade me marì…), propri del rito del matrimonio in epoca medievale e rinascimentale, disegnano una scena in cui, afferma Melloni, vanno insediandosi, quatti quatti, tre ospiti: la teoria dei fini del matrimonio, che salda la filosofia aristotelica e il principio contrattualistico; il giudice ecclesiastico, che, chiamato a dirimere i casi controversi, crea un sistema di vincoli la cui rigidità etica va di pari passo con la sua inapplicabilità pratica; il giudice secolare, garante attivo della funzione d’ordine del matrimonio. Questi tre ospiti occupano definitivamente la scena dopo che, nell’estate del 1563, il Concilio di Trento interviene sul matrimonio per contrastare la visione propostane da Lutero, aggiungendo nell’alcova sponsale una quarta figura: il clero curato, cui viene attribuito il ruolo di garante, previa pubblicità, dell’atto delle nozze e della conservazione della traccia cartacea del passo solenne.  

Nello spazio pubblico, fa notare Melloni, l’insistenza sui fini oggettivi del matrimonio e sul miraggio di tutelarli per legge giunge così a rendere l’amore, nella sua dimensione intima, nemico del matrimonio, con tutto il corredo di banalità sulla «tomba dei sentimenti». La logica dell’arrocco, che la Chiesa antica aveva evitato affidandosi nello spazio pubblico a un diritto estraneo come quello romano, prevale nella teologia che si confronta con le svolte filosofiche e politiche del Settecento. Con il risultato di un magistero che canta in falsetto la «bellezza» del coniugio, con l’impudicizia clericale di chi sa per sentito dire ed è incapace di pensare la vulnerabilità dell’amore e il bene della vita coniugale come «una storia di perdono, di custodia e di ripensamento».

E se anche il Concilio Vaticano II non scalfisce le categorie astratte che descrivono l’universo dei legami d’amore, menzionando sempre la famiglia, la più ampia disapplicazione di massa di una norma di magistero avrebbe riguardato il divieto papale di regolare in modo «non naturale» la fertilità, sancito da Paolo VI nella sua ultima enciclica Humanae Vitae (luglio 1968): un documento destinato, più di qualsiasi altro, a causare l’erosione massiccia dell’autorità del pontefice che verrà disobbedito dalla quasi totalità dei fedeli, non solo per irriverenza, ma per motivi di coscienza.

Nei decenni successivi nuove questioni avrebbero arricchito e complicato il discorso cattolico sulla famiglia che i due sinodi mondiali del 2014 e del 2015 hanno continuato e continueranno ad articolare: lo scontro politico per il riconoscimento delle unioni civili, le rivendicazioni del matrimonio tra persone omosessuali, l’accesso ai sacramenti dei divorziati risposati, la denuncia della violenza «del dominante» all’interno della coppia e da parte di uomini di Chiesa, espressioni che opportunamente Melloni mostra di preferire a quelle di femminicidio e pedofilia.

Non si tratta, con tutta evidenza, di temi interni solo al cattolicesimo romano, ma di problematiche sottese ai dilemmi di una società pluralista nella quale concetti e parole che descrivevano la morale cristiana secoli fa sono rimasti paradossalmente fermi.

 

 

Alberto Melloni, Amore senza fine, amore senza fini. Appunti di storia su chiese, matrimoni e famiglie, il Mulino, Bologna 2015, 145 pp., 12 euro.


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