12 settembre 2014

Appello in salvador: "Chiavi alla patria!"

di Lucia Ceci

La campagna di raccolta delle chiavi inutilizzate, lanciata dal ministero dei Lavori pubblici del Salvador, fa tornare alla mente la grande mobilitazione dell’«Oro alla patria» del 1935, quando gli italiani furono chiamati a donare metalli e oggetti preziosi per sostenere lo sforzo bellico del fascismo contro l’Etiopia e le sanzioni decretate dalla Società delle Nazioni.

I comunicati presenti sui siti del governo e sulla stampa salvadoregni generano un effetto di straniamento spazio-temporale. Non tanto per il coté propagandistico e di mobilitazione nazionale, tipico delle società di massa. A risvegliare ricordi e cortocircuiti è soprattutto la ricorrente presenza del metallo. Attraverso la campagna lanciata con lo slogan «Regálanos tus llaves para la reconciliación», il governo dello Stato centroamericano, a partire dallo scorso mese di aprile, ha invitato infatti «toda la familia salvadoreña» a donare le chiavi non utilizzate per ottenere il bronzo necessario alla costruzione di un monumento a San Salvador. Obiettivo: arrivare a 13 tonnellate. Il coinvolgimento di organizzazioni pubbliche e private ha consentito, sinora, di raccogliere più di centomila chiavi. Come si annuncia con orgoglio sul sito del ministero, la Chiesa cattolica ha fatto la sua parte e il 9 settembre, attraverso il cancelliere dell’arcidiocesi di San Salvador, monsignor Rafael Urrutia, ha consegnato al ministro dei Lavori Pubblici Gerson Martínez 33 casse contenenti migliaia di chiavi raccolte nelle parrocchie del Paese. Anche qui riaffiorano le immagini di quotidiani e veline che in quell’autunno 1935 riferivano ogni giorno di vescovi e cardinali impegnati a consegnare ai federali collane episcopali invitando i fedeli a fare la loro parte. E il bronzo delle campane che un parroco di Grosseto voleva fondere e donare al duce. Le analogie però a questo punto si fermano. La campagna salvadoregna delle chiavi mira a costruire un monumento alla «Riconciliazione». A diffondere e preservare cioè la memoria storica degli Accordi di Pace che nel 1992 posero fine alla sanguinosa guerra civile che aveva sconvolto il Paese centroamericano per oltre dieci anni provocando circa 75 mila morti. Si stima che l’80% delle vittime fossero civili. Tra loro molti sacerdoti, catechisti, suore. Tra loro monsignor Oscar Romero, freddato sull’altare il 24 marzo 1980, e i sei gesuiti dell’Università centroamericana, uccisi il 16 novembre 1989. Il quadro oggi è decisamente diverso. A capo della repubblica presidenziale del Salvador c’è un ex guerrigliero del Fronte Farabundo Martí per la Liberazione Nazionale, Salvador Sánchez Cerén, che nel marzo 2014 ha sconfitto di misura il suo avversario di destra Norman Quijano. E il monumento alla «Reconciliación» di San Salvador sarà costruito nella piazza che reca lo stesso nome. Sul Bulevar Monseñor Romero. Non so se a qualche salvadoregno sia tornata in mente la mobilitazione fascista degli anni Trenta. Ma la memoria pubblica di quella vicenda, che di morti etiopi ne provocò circa 300 mila, farebbe bene al nostro Paese e alla Chiesa.


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