23 ottobre 2017

Assisi dopo il sisma, in uno spirito di francescana armonia

di Domenico Marcella

Intervista a padre Enzo Fortunato

 

È come se padre Enzo Fortunato non si fosse ancora abituato alla bellezza degli affreschi di Giotto e Cimabue sulle pareti della basilica francescana. Li osserva con inalterato stupore e, nonostante sia ad Assisi da tanto tempo, si meraviglia come fosse sempre la prima volta. Primo divulgatore del messaggio di pace di Francesco nel mondo attraverso i media, padre Enzo a metà degli anni Ottanta era un ragazzo come tanti. Poi, una sera d’agosto, nel ristorante dei suoi genitori a Scala, – in provincia di Salerno, dov’è cresciuto – qualcosa cambiò:

Mio padre, un convintissimo anticlericale, invitò a cena un francescano. Ero in sala perché davo loro una mano facendo il cameriere. Fra una portata e un’altra, il frate mi chiese se ero mai stato ad Assisi. Quella domanda semplice innescò in me un’incontenibile curiosità che mi spinse a raggiungere l’Umbria per visitare i luoghi di s. Francesco. Partii a settembre, e dopo una settimana di permanenza nella città serafica – affascinato dalla personalità del poverello e dalla sua capacità di abbracciare tutti – emersero in me una serie di quesiti esistenziali. Decisi allora che dovevo restare lì a compiere del bene per stare bene. 

 

Padre Enzo, lei era presente nella Basilica superiore il 26 settembre del 1997, proprio nell’attimo in cui il boato e il fragore sordo fecero crollare le volte affrescate da Giotto e Cimabue. 

 

È stata la pagina più tragica della storia della comunità francescana. È ancora vivo in me il ricordo del momento in cui salimmo in basilica. Eravamo una ventina fra tecnici della Soprintendenza, restauratori, amministratori locali e frati. Lo scopo del nostro sopralluogo era quello di valutare i danni agli affreschi compromessi dal sisma della notte precedente. Una nuova scossa, quella delle 11:42, causò il crollo delle volte affrescate da Giotto e Cimabue. Ricordo che il custode, padre Giulio Berrettoni, al quale avevo chiesto perfino di darmi l’assoluzione, mi trascinò per un braccio fino a una porticina adiacente all’altare. Ritrovandoci fuori con padre Nicola Giandomenico, iniziammo a contarci. Ero padre spirituale dei postulanti e proprio quella mattina confessai uno di loro, Zdzisław Borowiec. Prima della confessione gli chiesi se era spaventato. Mi disse di no, ma che aveva già programmato il sacramento della riconciliazione. Zdzisław morì sotto i detriti di quei capolavori dell’arte mondiale insieme a due tecnici della Soprintendenza e a padre Angelo Api. Padre Berrettoni, addolorato e con sapiente lucidità, corse subito a sostituire la tonaca imbiancata dalla nube di polvere con una pulita, facendoci intendere che bisognava con forza e coraggio rimettersi in cammino. Così è stato. 

 

 

Per rimarginare la brutale ferita e tutelare il ciclo di capolavori dal valore incomparabile, alla tenacia dei francescani si unì la solidarietà del mondo intero.

 

Quell’unione permise alla città di Assisi di diventare l’emblema della rinascita. Preziosa è stata la nomina da parte del governo Prodi di un commissario ad hoc, retto e onesto come il professor Antonio Paolucci. La scelta favorì lo snellimento delle innumerevoli pratiche burocratiche e la messa in sicurezza del complesso monumentale del Sacro Convento e della basilica. Grazie alla determinazione di Paolucci, che amava ripetere «Quel che si decide la sera si attua al mattino» – frase che secondo me dovrebbe essere la chiave di volta per uscire da tutte le emergenze – la basilica è stata restituita al mondo il 28 novembre del 1999, qualche settimana prima dell’inizio dell’anno giubilare del 2000. Il cuore del francescanesimo era tornato a battere con grande emozione da parte di tutti. 

 

 

Si parlò in quei giorni del “cantiere dell’utopia”. Riuscire a recuperare e a ricomporre le tessere impazzite di quel gigantesco mosaico, annoverato per bellezza fra i più grandi patrimoni artistici dell’umanità, sembrava un’impresa alquanto titanica. E invece? 

 

E invece la collaborazione e il dialogo tra le varie competenze, in uno spirito di francescana armonia, si sono rivelate una mossa vincente. Non dimenticherò mai il lavoro minuzioso svolto dai tecnici con straordinaria determinazione. Va detto, il genio italico è capace di grandi imprese quando decide di raggiungere un obiettivo. Ad Assisi in quei giorni le eccellenze dell’ingegno nazionale misero a punto, oltre al restauro della basilica, una serie di avanzatissime soluzioni di rinforzo applicate con grande rispetto alle strutture antiche. 

A questo punto viene spontaneo chiederle se una ricostruzione sociale sia ancora possibile. 

 

Si può ancora ambire alla ricostruzione sociale, certo. Basta farsi guidare dai valori e accantonare l’egoismo. Qualche mese fa ho letto uno studio condotto dai ricercatori dell’Università di Zurigo e della Northwestern University di Chicago secondo il quale il famigerato segreto della felicità consista nell’essere altruisti. Per ottenere un appagamento esistenziale indelebile, quindi, occorre donarsi all’altro come soleva fare Francesco d’Assisi. Se ciò finalmente avvenisse ci sarebbero, oltre alla ricostruzione sociale, più fratellanza, più bellezza, più gioco di squadra, più capacità di puntare al bene comune e più felicità in ognuno di noi. 

 

 

Chi è il responsabile delle tante, troppe, azioni di rabbia che quotidianamente affollano le pagine dei giornali? 

 

L’egoismo, non v’è alcun dubbio. 

 

 

La figura del poverello d’Assisi è venerata e rispettata da tutti. Il suo pensiero, in fondo, è un perfetto manifesto politico. Perché non è mai stato preso in seria considerazione dai governanti?

 

Francesco rimane un modello per credenti e non-credenti perché in lui si scorgono l’autenticità e la possibilità di vivere con coerenza la vita. La sua proposta è forte e attuale perché si rifà alla freschezza del Vangelo. Francesco ne La lettera ai governanti – scritta nel 1220, al ritorno dal suo viaggio in Egitto – aveva suggerito ai politici di non perdere mai di vista la gerarchia dei valori, di disarmarsi dall’affanno personale e preoccuparsi delle persone che gli sono state affidate. Spero che prima o poi i suoi suggerimenti possano diventare punti di qualche programma politico. Abbiamo bisogno di recuperare la logica della fraternità, altrimenti le ingiustizie – come le disparità tra il Nord e il Sud del mondo – continueranno ad aumentare. La spietata logica del capitalismo non dà tregua, ci riempie di cose inutili amplificando soltanto la nostra solitudine.

 

 

È per questo che davanti alla basilica di S. Francesco è ormeggiata una barca della speranza giunta a Lampedusa dal Mediterraneo? 

 

Abbiamo pensato a un gesto forte che potesse scuotere le coscienze e richiamarle all’anelito dell’umanità, sì. Dobbiamo entrare nei panni dell’altro, indossare gli stati d’animo dei fratelli e delle sorelle che fuggono dal terrore, comprendere la loro condizione. Se non ci abbandoniamo a riflessioni simili resteremo imprigionati nella gabbia del nostro Io. Pensiamo a Francesco che si è denudato dei suoi privilegi per intraprendere un cammino evangelico fatto di carità e umiltà. 

 

A dare voce agli ultimi ci pensano anche le star del rock. Roger Waters, per esempio, nel suo ultimo tour ha acceso un faro sui rifugiati, sui diseredati, sui deboli che subiscono le angherie del capitalismo. C’è una nuova istanza nel mondo del rock, fatta di scelte consapevoli, gesti d’altruismo, rispetto per il creato e bagni di spiritualità. Non è un mistero che proprio molti esponenti di quella che per anni è stata additata come “la musica del demonio” siano venuti proprio ad Assisi a pregare davanti la tomba di Francesco, come ha raccontato nel suo libro Vado da Francesco (Mondadori, 2014).

 

Mi sono accorto nell’accogliere i pellegrini che raggiungono Assisi che è possibile far emergere la bellezza che hanno dentro, dagli ultimi a quelli più noti. Tutti, di fronte alle spoglie di s. Francesco e alla sua semplicità, iniziamo a toccare sé stessi. Mi capita sovente di vedere occhi inumiditi da lacrime. Questa credo sia l’esperienza più bella che la città umbra ci consegna, permettendoci di capire la “bella fragilità” dell’uomo che scopre, liberandosi da ogni sovrastruttura, il valore della vita. Ci si accorge, dunque, di aver speso troppo tempo a rincorrere l’effimero che non riempie il cuore ma infonde tanta amarezza. Lo diceva anche Francesco: «Ciò che mi sembrava amaro è divenuto dolcezza, e ciò che era dolce è cambiato in amarezza». Ad Assisi le personalità diventano persone. Ricordo fra tutti Patti Smith e Bruce Springsteen, uno dei pochissimi ad aver potuto visitare la basilica di notte. Una consapevolezza guida il nostro cammino, nulla è grande dinanzi a Dio ma tutto ugualmente degno. 

 

 

Padre Enzo, se è vero che tutte le strade prima o poi portano ad Assisi è altrettanto vero, come ha sottolineato il professor Franco Cardini, che la tomba di Francesco è il vero altare della Patria perché lì è custodita la lingua e la spiritualità. 

 

Condivido in pieno l’affermazione del professor Cardini perché s. Francesco rappresenta il DNA della nazione, alla quale auguro di cuore di essere sempre e in ogni luogo, strumento di pace. Bastano davvero piccoli gesti quotidiani per ambire all’appagamento esistenziale e spirituale. 

 


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