25 novembre 2019

Atlete e abusi, il #MeToo che scuote il mondo dello sport

di Mara Cinquepalmi

«A titolo esemplificativo e non esaustivo, è punito con la sanzione della radiazione chiunque, con violenza o minaccia o mediante abuso di autorità, costringe taluno a compiere o subire atti sessuali. Con la stessa sanzione è punito chi induce taluno a compiere o subire atti sessuali, abusando delle condizioni di inferiorità fisica o psichica della persona offesa al momento del fatto». E ancora: «È punito altresì con la sanzione della radiazione, chiunque, al di fuori delle ipotesi di violenza sessuale, compie atti sessuali con persona che, al momento del fatto, non ha compiuto gli anni quattordici». Nei giorni scorsi la Federazione arrampicata sportiva italiana (FASI) approvando questo articolo che cambia di fatto il proprio regolamento di giustizia ha compiuto una piccola, ma significativa rivoluzione per lo sport italiano. La FASI, infatti, è la prima federazione ad aver introdotto l’illecito disciplinare di violenza sessuale e abusi su minori, collegandolo esplicitamente alla radiazione, ovvero la sanzione massima. La delibera accoglie le proposte di Cavallo rosa, l’associazione nata nel giugno 2018 che combatte la violenza sessuale e gli abusi su donne e minori nello sport e che si fa interprete della richiesta di un grande movimento per lo sport pulito.

«È una delle prime delibere adottate dal nuovo Consiglio federale ‒ spiega Davide Battistella, il presidente della Federazione ‒ e ci auguriamo di diventare testa d’ariete perché altre federazioni possano seguirci. Il problema va reso pubblico e poi gli organismi competenti e le federazioni devono capire quanto sia importante tutelare i minori».

Scorrendo le pagine delle cronache sportive ci si imbatte spesso in storie di abusi e violenze. Un #MeToo dello sport che non riguarda solo l’Italia e che fatica ad emergere anche se non sono mancati i casi eclatanti. Come quello di Larry Nassar, medico della Nazionale statunitense di ginnastica condannato a 175 anni di carcere per aver molestato 160 atlete. Per i media è il più grande scandalo di abusi sessuali nella storia dello sport. Oppure come quello dell’ex presidente della Federazione afghana di calcio (AFF, Afghanistan Football Federation) Keramuudin Karim, ritenuto colpevole di violenza sessuale nei confronti di varie giocatrici. Lo scorso giugno, proprio mentre erano in corso i Mondiali di calcio femminile, la Camera giudicante del Comitato etico della FIFA lo ha bandito a vita dal mondo del calcio. L’indagine del Comitato, come ha reso noto  la stessa FIFA, era stata avviata dopo le denunce presentate da almeno cinque afghane che lo avevano accusato di ripetuti abusi sessuali nel periodo 2013-18, abusando della sua funzione di presidente dell’AFF. A Karim è stata inflitta anche una multa di un milione di franchi svizzeri, pari a poco meno di 900.000 euro.

In Italia solo poche settimane fa Maila Andreotti, con 20 titoli italiani su pista nel palmares, ha denunciato le molestie subite quando gareggiava nella Nazionale ciclismo.

«Alle federazioni ‒ spiega la giornalista e presidente dell’associazione Cavallo rosa Daniela Simonetti ‒ chiediamo di cambiare i regolamenti di giustizia federali prevedendo, visto che queste persone lavorano con i minori e soprattutto con le donne, l’illecito disciplinare di violenza e abusi e collegandolo direttamente alla radiazione. Ora rientra tutto nel calderone dell’art. 1 dei codici di regolamento di giustizia (Lealtà, probità e correttezza), troppo generico e che lascia un margine troppo ampio di discrezionalità agli organismi di giustizia federali. Inoltre, abbiamo proposto al CONI di aumentare la prescrizione a dieci stagioni sportive per illeciti disciplinari di questo tipo, mentre ora sono quattro per tutti gli illeciti disciplinari...

Chi denuncia ‒ aggiunge Simonetti ‒ viene spesso isolato e le carriere di queste ragazze rischiano di finire in assenza di provvedimenti immediati e severi. Bisognerebbe ricorrere alla misura della sospensione cautelare e in caso di accertata colpevolezza comminare la radiazione e non pene inferiori». Capita che alcune atlete decidano di abbandonare lo sport per cui si sono sacrificate perché, dopo la denuncia, finiscono per essere oggetto di victim blaming, ovvero vengono loro attribuite tutte le responsabilità.

«Questa deve essere una battaglia di tutti», conclude Simonetti. C’è chi ha iniziato a muoversi proprio in questa direzione. Come il Football Club Internazionale Milano che ha elaborato un progetto antipedofilia che in due anni ha coinvolto 300 persone.

«Questo progetto ‒ spiega Roberto Samaden, responsabile del settore giovanile nerazzurro ‒ rientra in una progettualità più ampia che riguarda la formazione in campo e fuori sia di giocatori che giocatrici. Tutti i giorni siamo preoccupati di formarli. All’interno del progetto Educational abbiamo inserito una progettualità legata ad abusi sessuali avendo oltre 500 tesserati minori che hanno a che fare con oltre 200 tesserati adulti, come medici, team manager, allenatori. È normale pensare ad un percorso rivolto agli adulti, informarli, anche solo parlare di questi fenomeni».

Anche sul fronte della politica qualcosa si muove. C’è chi come Mara Carfagna, vicepresidente della Camera, ha proposto «che il CONI apra un’indagine rapida e a largo raggio e che si imponga all’associazionismo sportivo, alle grandi società e alle federazioni un codice etico stringente e invalicabile. Questa Carta deve essere sottoscritta da chiunque lavori a contatto con le atlete di ogni età, e accompagnata da un sistema sanzionatorio, un DASPO che allontani dai campi sportivi e dagli spogliatoi chiunque approfitti della sua posizione e autorità a danno di ragazze e donne».

 

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