Questo sito contribuisce all'audience di
14 giugno 2017

Avremo mai una pensione? Luoghi comuni e criticità della previdenza italiana

Da quando, nel lontano 1995, il sistema previdenziale italiano ha iniziato ad abbandonare, con estrema gradualità, la formula di calcolo retributiva – che prevedeva una pensione legata al numero di anni di attività e alle retribuzioni percepite al termine della carriera – per sostituirla con quella contributiva – in cui la prestazione è ancorata al totale dei contributi versati lungo l’intera carriera – la sfiducia dei più giovani verso il futuro che li attende da pensionati è parsa aumentata, come conferma il sentire comune in base al quale “che paghiamo a fare i contributi, tanto non avremo mai la pensione” e “anche se versiamo i contributi, saremo costretti a passare una vecchiaia in povertà, visto che le nostre pensioni saranno da fame”.

Ma quanto è effettivamente motivato questo sentire comune? E cosa occorrerebbe fare per migliorare le attese dei futuri pensionati?

Per rispondere a queste domande, bisogna iniziare dal ricordare le caratteristiche dello schema contributivo, in base al quale verranno interamente calcolate le pensioni di chi ha iniziato a lavorare a partire dal 1996. Pur rimanendo il finanziamento a ripartizione (la spesa annua per pensioni viene cioè finanziata dai contributi versati nello stesso anno dagli attivi), nel contributivo l’importo delle prestazioni dipende dal montante accumulato “figurativamente” (non esistendo un’effettiva accumulazione nella ripartizione) dagli individui – cioè dai contributi versati e dal rendimento “nozionale” che si ottiene su questi contributi (pari al tasso di crescita quinquennale del PIL nominale) – e dai cosiddetti coefficienti di trasformazione. Questi coefficienti, basati sulla vita media attesa all’età del pensionamento, convertono, secondo regole attuariali, il montante in una rendita mensile, in modo che chi si ritirerà più tardi riceverà una prestazione più elevata per tener conto del fatto che la otterrà, in media, per un minor numero di anni.

In ottica “micro” il contributivo può quindi essere ritenuto uno specchio di quello che accade agli individui nel mercato del lavoro nell’intera carriera. Vite lavorative meno fortunate – in termini di frequenti periodi di non lavoro, bassi salari (anche a causa di contratti part-time involontari) e aliquote di contribuzione ridotte (nel contributivo, un’aliquota minore, come per chi lavorava con i voucher, o i co.co.co fino agli anni più recenti, implica minori versamenti) – si rifletteranno in una pensione di importo proporzionalmente più basso rispetto a chi, al contrario, non dovesse incontrare difficoltà occupazionali, versasse sempre aliquote piene (come i dipendenti) e percepisse retribuzioni di livello adeguato. In aggiunta, si consideri che, al di là dell’assegno sociale, che viene concesso a tutti gli anziani privi di altri mezzi (anche a chi non ha mai lavorato), nel contributivo non esiste l’integrazione al minimo, che, nel precedente sistema, costituiva un pavimento per le prestazioni pensionistiche erogate agli ex lavoratori.

In ottica “macro”, le tecnicalità del contributivo fanno sì che, una volta che esso sarà interamente in vigore per la totalità dei pensionati, il livello della spesa per pensioni diventi automaticamente sostenibile per il bilancio pubblico, pur a fronte di shock macroeconomici e demografici, che causerebbero riduzioni delle prestazioni individuali, senza inficiare il bilancio pubblico.

Il timore del “non avremo mai la pensione” appare, allora, del tutto fuori luogo, dato che “per definizione” il bilancio previdenziale sarà sempre tendenzialmente in equilibrio e, salvo motivi indipendenti dal sistema pensionistico, ci saranno sempre le risorse per pagare le pensioni. L’attenzione va, dunque, spostata dal piano della sostenibilità finanziaria a quello dell’adeguatezza delle prestazioni erogate, ovvero al tenore di vita di cui potranno godere i futuri pensionati.

Dal punto di vista individuale la pensione dipenderà dal tasso di crescita del PIL, dall’età in cui ci si ritira e dall’interazione di tre fattori: aliquote di contribuzione, periodi lavorati e retribuzioni (su cui incidono i periodi di lavoro part-time). L’aumento dell’età pensionabile – laddove si accompagni a un’effettiva crescita della durata della vita attiva – consente di accrescere il montante e, attraverso i meccanismi attuariali, l’importo della pensione. Alcune simulazioni mostrano che con carriere “piene” e lunghe nel contributivo il rapporto fra pensione e ultima retribuzione (il cosiddetto tasso di sostituzione) sarebbe simile a quello del precedente schema retributivo e, pertanto, non sarebbe necessaria un’integrazione da parte dei fondi pensione privati. Bisogna dunque smentire anche il luogo comune in base al quale “tutti avremo pensioni da fame”.

Ma allora nessun problema? Tutt’altro. Il problema esiste, infatti, e grave, per quella quota di persone – che al momento non si sa se saranno maggioritarie o minoritarie, ma che, osservati nella prima fase della loro carriera, rappresentano una quota elevata di chi ha iniziato a lavorare dopo il 1995 – che dovessero trascorrere una carriera lavorativa svantaggiata lungo le dimensioni sopracitate e, pertanto, rischierebbero di ritrovarsi con un montante accumulato particolarmente esiguo anche dopo decenni di vita attiva. Per questi lavoratori, peraltro, la previdenza privata non può rappresentare una risposta, dato che, come evidente dai dati sulle adesioni dei più giovani ai fondi pensione, appare del tutto implausibile che un working poor risparmi parte della propria limitata retribuzione per garantirsi un maggior consumo da anziano.

Va però chiarito che i rischi di pensioni inadeguate non dipendono dal contributivo in sé, ma dalla coesistenza delle rigide regole attuariali con bassi tassi di crescita del PIL e, soprattutto, da un mercato del lavoro incapace di garantire a troppi lavoratori carriere soddisfacenti. In altri termini, il sistema contributivo, con la sua logica attuariale e le sue tecnicalità, rappresenta una buona cornice per definire le regole di fondo del sistema previdenziale. La sua applicazione non implica però che, in modo trasparente – come previsto nello stesso verbale d’intesa di settembre 2016 fra Governo e sindacati che prefigurava una fase 2 della riforma pensioni ancora tutta da definire –, non ci si possa distanziare parzialmente dalle sue regole rigide per far fronte ad alcune situazioni, particolarmente inique e inaccettabili, che dovessero comportare prestazioni inadeguate per alcune tipologie di lavoratori sfortunati lungo l’intera carriera.

 

© Istituto della Enciclopedia Italiana - Riproduzione riservata
10 marzo 2017

Il falso mito della rigidità del mercato del lavoro italiano

Nel dibattito di politica economica relativo alle riforme del mercato del lavoro – prima del Jobs Act – in molti partivano dall’assunto che tale mercato fosse caratterizzato da eccessive rigidità a tutela dei lavoratori con contratti a tempo indeterminato e da un’elevata segmentazione a discapito di chi, soprattutto i giovani, fosse occupato con contratti atipici.

Tuttavia, raramente nel dibattito – nemmeno in quello che ha preceduto il processo di flessibilizzazione realizzato fra il 2014 e il 2015, da un lato, con il Jobs Act e l’introduzione del contratto a tutele crescenti e, dall’altro, con l’ulteriore deregolamentazione dei contratti a termine – si offre evidenza empirica, non aneddotica, a favore o contro le tesi che si intende sostenere. I dati a disposizione, soprattutto quelli di fonte INPS, permettono di osservare con grande dettaglio le storie lavorative di tutti gli Italiani e, dunque, possono fornire evidenza utile per valutare se, perlomeno fino al Jobs Act, le traiettorie di carriera restituiscano o meno, l’immagine di un mercato del lavoro rigido e con una netta contrapposizione fra “iper-garantiti” e “intrappolati”.

L imitando l’analisi ai soli cittadini italiani, ci riferiamo di seguito al le storie lavorative nei primi 6 anni di attività di chi ha iniziato a lavorare fra il 2004 e il 2006, fornendo evidenza sulla condizione contrattuale all’entrata e analizzando con quale frequenza questi lavoratori abbiano sperimentato cambiamenti della condizione occupazionale durante la prima fase della carriera.

In media, circa 3/4 dei lavoratori che entrano in attività lo fanno con un contratto da dipendente, di cui però solo il 22% sono contratti a “tempo indeterminato” (i restanti iniziano a lavorare con contratti a termine o da apprendista). L’11,5% iniziano a lavorare con una forma parasubordinata (co.co.pro., co.co.co., “occasionale” o partita Iva), mentre minore è la quota di chi entra in attività come autonomo (7,0%) o libero professionista (4,7%). Si rileva inoltre che le forme contrattuali di ingresso si differenziano in base al titolo di studio posseduto: fra i meno istruiti è più frequente essere assunti come apprendisti, mentre il lavoro parasubordinato è molto frequente fra i laureati (25,0%), fra i quali, come prevedibile, è alta anche la quota di chi inizia a lavorare da libero professionista (14,2%).

Osservando la matrice di transizione fra la condizione contrattuale di ingresso e lo stato occupazionale al sesto anno di attività (tabella 1) emerge una mobilità fra stati occupazionali ben più ampia di quella solitamente immaginata. Da questa si ricavano due principali evidenze: i) il tempo indeterminato non è affatto il “posto fisso iper-garantito”, se è vero che a sei anni dall’ingresso poco meno della metà di chi ha iniziato a lavorare con tale forma contrattuale stabile ha ancora un “tempo indeterminato”, mentre l’11,4% è transitato verso forme atipiche (dipendente a termine, apprendista o parasubordinato) e il 35,3% è disoccupato o ha ampi “buchi” lavorativi; ii) le forme atipiche non sono sempre una “trappola” – anche se la quota di chi sperimenta mobilità “ascendente” è comunque minoritaria – dato che, rispettivamente, il 44,2% dei dipendenti a termine, il 38,0% degli apprendisti e il 35,4% dei parasubordinati lavora con un contratto stabile al termine del periodo di osservazione.

L a fotografia a 6 anni di distanza non fornisce però l’effettivo quadro delle dinamiche seguite dai lavoratori nel corso del periodo sotto osservazione, dato che le transizioni fra stati più o meno vantaggiosi sono talora molto frequenti e di breve durata. Per meglio sintetizzare la frequenza degli “upgrade” (passaggio da dipendente a termine a tempo indeterminato o da parasubordinato a dipendente) e dei “downgrade” (passaggio dal tempo indeterminato a una forma contrattuale a termine, parasubordinata o in disoccupazione, totale o parziale) è interessante misurare la quota di lavoratori che nel quinquennio successivo all’ingresso in attività ha sperimentato, almeno una volta, un episodio di peggioramento o miglioramento della tipologia contrattuale (tabella 2).

Da questo esercizio, il quadro di mobilità risulta ancora più accentuato: 2/3 di chi ha iniziato a lavorare con un contratto a tempo indeterminato ha subito, nei 5 anni successivi all’ingresso in attività, almeno un episodio “negativo”; al contrario, circa il 55% dei dipendenti a termine si “stabilizza” nel quinquennio in esame. Il problema è che molte di queste stabilizzazioni non rappresentano un punto di arrivo sicuro, ma sono di breve durata. Anche prima della riforma che ha introdotto il contratto a tutele crescenti, il contratto a tempo indeterminato non era quindi sempre indicativo di un'effettiva "stabilizzazione", ma rappresentava sovente una semplice tappa di vite lavorative complesse e discontinue.

L’evidenza di traiettorie di carriera molteplici e complesse, anziché di semplici dinamiche di carriera che vanno dall'atipicità contrattuale alla stabilità o rimangono sempre intrappolate nell'atipicità, complica gli strumenti di analisi necessari per la comprensione delle dinamiche di mercato e la ricerca di policies che facciano fronte a tali criticità. La semplice lettura in termini di “tempi di stabilizzazione" non appare, infatti, sufficiente. Più in generale, tale evidenza porta a smentire l'idea che prima della riforma il mercato del lavoro italiano fosse poco flessibile. Ad un'attenta lettura dei dati esso appariva, infatti, “liquido”, piuttosto che rigido o segmentato: molti lavoratori – soprattutto i più giovani, ma non solo – fluttuavano tra stati lavorativi alternando periodi con contratti standard a periodi di atipicità o disoccupazione di lunga durata o intermittenza occupazionale.

 

* Si ringrazia la Fondazione Giacomo Brodolini per aver concesso l'utilizzo del dataset Ad-Silc.

 

© Istituto della Enciclopedia Italiana - Riproduzione riservata
01 marzo 2017

Si allunga l’aspettativa di vita. L'Italia nella top 10

L'aspettativa di vita continua a crescere, e c'è un Paese, la Corea del Sud, dove per le donne supererà presto i 90 anni, traguardo mai raggiunto e fino a poco tempo fa considerato impensabile. L'Italia si conferma tra le nazioni più longeve e si posiziona nona nella classifica mondiale, con le donne, che nel 2010 avevano un'aspettativa di vita di 84 anni e nel 2030 arriveranno a 87,28 anni, mentre gli uomini passeranno dagli attuali 78,5 a 82,82 anni. A svelare questi dati è uno studio condotto da ricercatori dell'Imperial College di Londra e della Organizzazione Mondiale della Sanita, che hanno analizzato le prospettive di vita in 35 Paesi industrializzati, rilevando una crescita senza precedenti.

Il messaggio è chiaro: i Paesi industrializzati, nel disegnare le nuove politiche economiche, sociali e sanitarie, non potranno fare a meno di tenere in considerazione questo aumento della longevità. Servirà maggiore attenzione per la crescita della popolazione anziana, con un rafforzamento dei sistemi sanitari e di assistenza sociale, e magari, suggeriscono i ricercatori, l'utilizzo di modelli alternativi di assistenza con l'introduzione di nuove tecnologie nelle abitazioni. Anche l'età pensionabile, si legge nello studio, dovrà probabilmente essere rivista.

L’aumento di longevità più sorprendente è sicuramente quello della Corea del Sud. Nel 2030 infatti, una bambina nata a Seul avrà l'invidiabile aspettativa di vita di 90,8 anni, mentre per i maschi l’età attesa sarà di 84,1 anni. Per quanto riguarda le donne, seguono Francia, con 88,6 anni, Giappone 88,4 anni, Spagna, Svizzera, Australia, Portogallo, Slovenia e Italia. Migliora anche la speranza di vita per gli uomini, che stanno accorciando le distanze dalle donne, storicamente più longeve, anche se con qualche eccezione, come in Messico, dove il distacco aumenterà leggermente, e Cile, Francia e Grecia, dove i due sessi progrediranno di pari passo.

Dopo i sudcoreani, i più longevi saranno a pari merito Australiani e Svizzeri con 84 anni e a seguire Canadesi, Olandesi, Neozelandesi, Spagnoli, Irlandesi, Norvegesi e Italiani.

In controtendenza gli Stati Uniti, dove a causa dei problemi di obesità e delle difficoltà di accesso all'assistenza sanitaria l'aspettativa di vita crescerà molto più lentamente, arrivando nel 2030 a 79 anni per gli uomini e 83 per le donne, numeri vicini a quelli di Messico e Repubblica Ceca.

 

© Istituto della Enciclopedia Italiana - Riproduzione riservata
20 gennaio 2017

Come e perché stanno crescendo le disuguaglianze

Negli ultimi anni la letteratura economica e le organizzazioni internazionali stanno dedicando un’attenzione crescente alla disuguaglianza dei redditi e del tenore di vita di individui e famiglie, come testimoniano, fra gli altri, i rapporti periodici pubblicati dall’OCSE e lo straordinario successo del libro di Thomas Piketty Il Capitale nel XXI secolo.

Sul tema delle disuguaglianze in questi giorni è tornata a porre l’attenzione l’OXFAM, una ONG internazionale che da anni dedica i suoi rapporti di ricerca a indagare quanto la distribuzione si stia polarizzando fra un piccolo gruppo di super-ricchi (l’1%) e il resto della popolazione (il 99%). OXFAM valuta sia le disuguaglianze di ricchezza – lo stock di capitale finanziario e immobiliare ereditato o accumulato negli anni dagli individui – che quelle di reddito – il flusso di nuove risorse (da lavoro, capitale, trasferimento pubblico) che affluisce ogni anno agli individui – e segnala come, all’interno della gran parte dei Paesi, ambedue i tipi di disuguaglianza stiano crescendo.

Fra i molti dati presentati, OXFAM, sulla base di sue stime, rileva che nel mondo 8 “Paperoni” posseggono la metà della ricchezza detenuta da tutti gli abitanti del pianeta e, ricordando alcuni dati di Piketty, evidenzia quanto sia risultata disuguale la crescita degli ultimi decenni, contrariamente al luogo comune che ritiene che dell’arricchimento dei più abbienti si avvantaggino tutti attraverso un processo di sgocciolamento: negli Stati Uniti, ad esempio, negli ultimi 30 anni il reddito del 50% meno abbiente è rimasto stagnante, mentre quello dell’1% più ricco è triplicato.

Al di là di eventuali approfondimenti sull’accuratezza dei dati su cui si basano le analisi di OXFAM, le tendenze appaiono indiscutibili e non possono non destare l’attenzione di chiunque abbia a cuore, oltre che l’equità, anche l’efficienza, in relazione alle ricadute sul funzionamento dell’economia di società tanto disuguali e rispetto al modo in cui funzionano mercati che producono una così sperequata divisione dei loro frutti.

Fra le tendenze recenti, quella che più salta agli occhi è la sempre più elevata concentrazione dei redditi nelle mani di un ristrettissimo gruppo di individui. Negli Stati Uniti, ad esempio, la quota di reddito annuo nelle mani dello 0,01% più ricco è cresciuta dallo 0,5% del 1970 al 3,5% negli anni più recenti: il peso in termini di reddito di questi individui è, dunque, 350 volte superiore a quello in termini di popolazione.

Diversamente da quanto accadeva in passato, quando i super-redditi nascevano soprattutto dai redditi da capitale e impresa di cui beneficiavano i grandi ereditieri, in anni più recenti è inoltre sempre più diffuso il fenomeno dei “working super-rich”, individui che guadagnano continuativamente cifre astronomiche grazie al proprio lavoro (top manager, soprattutto nella finanza, e personaggi dello sport e dello show business). A un’attenta analisi, le super-retribuzioni non sembrano potersi attribuire (quantomeno non solamente) a straordinari talenti, ma appaiono legate a "rendite da lavoro" connesse a posizioni di potere – come quelle basate sul potere di pressione sui decisori politici e su forme di capitalismo clientelare – e a mal funzionamenti dei meccanismi di mercato.

Ma come si possono combattere disuguaglianze molteplici, crescenti e, per molti versi, inaccettabili? Un fenomeno complesso come l’accrescersi della disuguaglianza non discende da un singolo fattore (ad esempio, il progresso tecnologico, la globalizzazione o l’indebolimento dell’azione sindacale), bensì da un processo complesso che si esplica mediante una serie di meccanismi che agiscono in interazione producendo un grave effetto cumulativo di accentuazione delle disparità. Di conseguenza, come suggerito dal grande economista, recentemente scomparso, Anthony Atkinson nel suo ultimo libro Disuguaglianza: che cosa si può fare, le politiche per farvi fronte non possono limitarsi a singole misure, per quanto importanti esse siano (ad esempio, il rafforzamento dei salari minimi, la crescita delle opportunità di istruzione per chi nasce in contesti svantaggiati, o l’aumento della progressività fiscale e dei trasferimenti del welfare), ma si inquadrano all’interno di una cornice che racchiude, con pari importanza, sia misure redistributive – che, quindi, compensino, ex post, i risultati dei mercati – sia misure che modifichino profondamente, ex ante, il modo in cui i mercati funzionano e i risultati che essi raggiungono.

In altri termini, oltre che attraverso una necessaria maggior redistribuzione, una strategia di contrasto alla disuguaglianza deve prevedere anche interventi sulle "regole del gioco", ovvero sul modo in cui funzionano i mercati del lavoro e dei capitali, ad esempio definendo misure che rafforzino la posizione dei lavoratori in termini di retribuzione e diritti; che incidano sui rapporti di forza fra sindacati e impresa; che modifichino le forme della corporate governance delle imprese, limitando il potere dei manager di appropriarsi di rendite che dovrebbero avere un’altra destinazione.

Insomma, passi da fare ce ne sono e, purtroppo, non sembrano all’ordine del giorno: ma l’ampio menù da cui si può prendere ispirazione potrebbe indurre a una vena di ottimismo, se si avesse davvero voglia di affrontare il problema.

 

© Istituto della Enciclopedia Italiana - Riproduzione riservata
22 marzo 2017

La via occidentale alla longevità

Altro che spazio o informatica: il nuovo millennio è soprattutto quello di Matusalemme. Nel pieno degli anni 2000 l’Occidente è deciso a prendersi una clamorosa rivincita sulle leggende che facevano della longevità una prerogativa del Terzo Mondo più remoto, freddo e misterioso, dall’Himalaya alla Siberia, dal Caucaso alle cordigliere sudamericane. Nei prossimi anni, secondo gli esperti, sarà proprio l’Occidente a conoscere una “vera esplosione di centenari”. Si inserisce in questo contesto DrugAge, la più grande banca dati al mondo sulla longevità, ideata in Gran Bretagna dalla Fondazione per la ricerca in Biogerontologia (Bgrf) e dall’università di Liverpool. DrugAge propone 418 composti in grado di dare maggiore longevità agli esseri umani, resi possibili dopo alcuni test effettuati su 27 animali, come vermi e topi. Sarà, inoltre, possibile studiare nuovi rimedi e medicine in grado di migliorare la longevità o comunque utili per combattere gli acciacchi e i malori che la terza età normalmente comporta. Consultabile anche on line, la piattaforma fornisce, per ciascuno dei 418 elementi studiati, sia la struttura chimica, sia gli eventuali effetti collaterali, o informazioni e studi aggiuntivi per chi intende approfondire. In Europa la durata media della vita sta ormai aumentando di un anno ogni cinque. Attualmente, in Occidente è di oltre 75 anni rispetto ai 65 di mezzo secolo fa. C’è di meglio solo in Oriente: non nel montanaro Tibet, ma nel marinaro Giappone, dove si contano 8000 centenari su 124 milioni di abitanti. Sono statistiche che hanno recentemente segnato il crollo di un mito. Fonti ufficiali cinesi hanno precisato, infine, che in Tibet ve ne sono 60 su 2,4 milioni di abitanti: una media poco invidiabile di uno su 40.000, rispetto a uno su 15.000 in Giappone e a uno su 24.000 in Occidente. A parere degli specialisti, i centenari presentano ottime capacità di resistere alle malattie e di adattarsi alle peripezie dell’esistenza, ma non vi è alcuna ricetta dietetica o climatica per la longevità. Sono determinanti i miglioramenti registrati nelle condizioni generali di vita e i progressi della medicina e della sanità pubblica. Di certo le donne sono più favorite: forse per motivi genetici di maggiore protezione ormonale. Oltre 8 casi su 10, infatti, sono donne. Da parte loro, se superano i 100 anni, gli uomini risultano generalmente in migliore forma fisica e mentale.

© Istituto della Enciclopedia Italiana - Riproduzione riservata
  • READING LIST