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20 marzo 2017

Basta stereotipi nella narrazione della violenza sulle donne

Sul ruolo dell’informazione nella narrazione della violenza sulle donne, sulla deontologia e sull’uso di un corretto linguaggio per evitare la divulgazione di stereotipi negativi si è discusso a Roma in occasione del convegno No, non è la gelosia: si chiama femminicidio. Violenza maschile sulle donne, informazione e deontologia. L’iniziativa è stata fortemente voluta dall’Ordine dei giornalisti del Lazio nell’ambito delle attività di formazione professionale. A spiccare, nel ricco parterre di ospiti, l’intervento della Presidente della Camera, Laura Boldrini, che da tempo sta portando avanti un’importante attività di sensibilizzazione verso il fenomeno. “All’opinione pubblica il femminicidio viene proposto come raptus o gelosia, quindi l’assassino non è responsabile”, ha spiegato Laura Boldrini, e ha continuato dicendo: “C’è già l’attenuante. Invece di raptus c’è n’è poco perché l’omicidio avviene dopo un lunga serie di violenze reiterate. Dietro i femminicidi non c’è follia ma presunzione di superiorità, di dominio, l’idea che perché sono uomo posso permettermelo. Il problema è culturale”. Per questo motivo nella prevenzione di quella che è una vera piaga sociale, oltre all’attività istituzionale, gioca un ruolo importante l’informazione che, sempre più spesso, usa stereotipi negativi e un linguaggio non appropriato nella descrizione dei casi. Lo hanno ricordato in apertura Paola Spadari, presidente dell’Ordine dei giornalisti del Lazio e Silvia Resta, segretaria dell’Ordine.
Un fenomeno, questo, che non è in calo, anche se dati ufficiali non ci sono ancora. Secondo una stima fatta da Telefono rosa nel 2016 ci sono stati 116 casi in Italia. Ma dall’inizio del 2017 a oggi si sono già verificati altri 13 casi di donne uccise per mano di uomini. Negli ultimi 10 anni le vittime in Italia sono state 1740, di cui 1251 (il 71,9%) in famiglia. Gli omicidi in ambito familiare comunque, secondo le forze dell’ordine, sono in lieve calo: 117 nel 2014, 111 nel 2015, 108 nel 2016.
“Il livello di civiltà di una società si vede dai ruoli che assumono le donne. Nessuno si può tirare fuori, nemmeno gli uomini” e tantomeno le istituzioni, ha proseguito Laura Boldrini, ricordando il suo discorso d’insediamento. La giornalista del Tg2, Maria Lepri, esponente dell’Associazione GiULiA, ha ripercorso, anche attraverso l’ausilio di video, esempi in cui il giornalismo non ha saputo spiegare bene questo fenomeno. Sotto accusa anche alcuni programmi di infotainment. È proprio per incidere su questo contesto che è stato presentato il decalogo delle Raccomandazioni per l’informazione sulla violenza di genere, redatto dalla Federazione internazionale dei giornalisti.
Le buone leggi sono importanti – ha rimarcato in conclusione del suo intervento Laura Boldrini – ma non bastano. Il tema del rispetto di genere bisogna introdurlo nelle scuole, perché fin da piccoli i bambini e le bambine devono imparare a conoscersi e rispettarsi.

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07 marzo 2017

Gaslighting, nuove pratiche di manipolazione

Certamente ricorderai Amélie Poulain, la solitaria e sognatrice protagonista della pellicola culto dei primi anni Duemila Il favoloso mondo di Amélie. La dolce parigina intende rimediare ai torti veri e presunti che la vita riserva alle persone e a metà film si trasforma in un’efferata psicopatica: con l’intento di punire il fruttivendolo di quartiere, reo di maltrattare un collaboratore, si infila in casa sua sconvolgendo il piccolo ordine che vi regna. Il maleducato negoziante, fiaccato da una serie di perfidi scherzetti (crema da scarpe al posto del dentifricio, maniglie spostate, pantofole dello stesso modello ma di taglia più piccola che si sforza di indossare), avrà un esaurimento e si rifugerà in clinica psichiatrica.

La scena ben descrive il fenomeno del gaslighting, definito come una serie di comportamenti manipolatori – come fornire false informazioni o negare ciò che si è appena affermato – volontariamente attivati per minare la fiducia di base della vittima, la cui memoria e giudizi di realtà saranno sconvolti con grave pregiudizio per l’equilibrio mentale. L’etimo sorge da un altro film, Gaslight del 1944, opera del regista americano George Cukor: il titolo si riferisce al costante, lieve affievolimento delle luci a gas da parte di un marito, interpretato da Charles Boyer, che malignamente nega l’evidenza del fenomeno di fronte alla sua progressivamente confusa e sconvolta coniuge (Ingrid Bergman, che per il ruolo vinse il premio Oscar). Negli Stati Uniti si comincia a parlare di gaslighting negli anni Settanta, anche in conseguenza delle scorribande della banda di Charles Manson che, prima delle feroci stragi dell’estate del 1969, si divertiva a penetrare nelle case vuote, spostando gli arredi senza rubare nulla. In Italia il termine conosce un’improvvisa fortuna dal 2012, allorché l’Ordine degli psicologi inserì la fattispecie nelle Linee guida per l’accertamento e la valutazione del danno alla persona: curiosamente fu pubblicato con un refuso, “gaslhiting”, esempio della frequente disattenzione al lessico di alcuni psicologi nostrani, tanto canzonata dal compianto psichiatra Giovanni Jervis.

I gaslighter sono tipicamente familiari e partner che sviluppano la manipolazione all’interno della relazione di affetto, anche se alcuni sociologi hanno attribuito il comportamento a leader politici; ultimi esempi Putin con la sua subdola disinformacija sulla guerra in Crimea, o Trump con le sue affermazioni variabili a seconda dell’interlocutore. La violenza del manipolatore non è evidente ma nascosta: le tecniche di induzione della follia variano dal proferire bugie spudorate, con l’assoluta negazione delle genuine prove della menzogna da parte della vittima; il coinvolgimento strumentale di ciò che è più caro e vicino, come i figli; la costanza e la gradualità crescente, come nella triste storia della rana nella pentola che non si accorge di quando l’acqua diventa bollente; la profonda incongruenza tra parole, talvolta lusinghiere, e atti; il tentativo di mobilitare le persone contro la vittima, accusata di essere la persona bugiarda e pazza. La vittima, spesso una persona desiderosa di approvazione e affetto, passa attraverso fasi di incredulità, tentativi di difesa e infine depressione, che nei peggiori dei casi può condurre al suicidio. Il gaslighting può anche configurarsi come reato, rientrando negli articoli del codice penale sui maltrattamenti in famiglia o sulla violazione degli obblighi familiari e dando luogo, nel caso di sviluppo di una patologia, ai cospicui risarcimenti previsti in ambito civile per il danno esistenziale.

 

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10 novembre 2016

Ghosting: meglio sparire che dare spiegazioni

Sparire senza lasciar traccia, rendersi invisibili e quindi ancor più desiderati sembra essere la rivoluzionaria scelta vincente nell’universo di microblogging e autonarrazioni che non interessano alcuno: lo sostiene il giovane papa dandy di Sorrentino, che cita gli artisti Banksy, Daft Punk, Stanley Kubrick, Salinger come esempi supremi di ponderosa assenza.

Assenza che forza e contagia i rapporti di coppia contemporanei: nel mondo anglosassone è stato chiamato ghosting - l'equivalente di diventare, rendersi un fantasma - quel fenomeno per cui una persona cara, fidanzato, flirt momentaneo o anche solo un’amica, si eclissa da ogni media per interrompere la relazione: telefono, servizi di chat, social network, email e naturalmente dal vivo. Questa scomparsa ad personam è sempre esistita, ma era riferita a pochi esemplari di (soprattutto) uomini che rifuggivano le responsabilità matrimoniali e si davano alla macchia. Nella società a misura di millennial, caratterizzata da una presenza pervasiva e ossessiva dei mezzi di comunicazione, il ghosting sembra essere divenuto molto più frequente: un sondaggio condotto dalla giornalista statunitense Nora Crotty riporta il coinvolgimento nel fenomeno, come agente attivo o passivo, di circa metà dei duecento giovani adulti da lei intervistati.

Benché diventi sempre più pratica comune, il ghosting conserva un potenziale tossico in chi cade vittima: è infatti dimostrato che il rifiuto sociale attiva le stesse aree cerebrali del dolore fisico. Ma è anche l’ambiguità di fondo a essere disturbante: in assenza di segnali è difficile interpretare i propri sentimenti e organizzare una risposta appropriata. Si potrebbe essere correttamente preoccupati per un improvviso problema di salute, o anche arrabbiati, o ipotizzare che si tratti solo di un momento di stress lavorativo e il fantasma rispunterà. Essere connessi agli altri porta a sviluppare un sistema, basilare per la nostra sopravvivenza, di monitoraggio delle reazioni sociali: esserne privati porta a un’inconsapevole disregolazione emotiva in cui è comune avvertire la sensazione di perdita del controllo.

Praticare il ghosting può rappresentare una forma estrema di comportamento passivo-aggressivo, tale da essere considerata in alcune occasioni alla stregua di crudeltà emozionale. Chi ne è vittima si sente non rispettato e usato, e può servire tempo prima che possa tornare la percezione di valere qualcosa ed essere degno di affetto e attenzioni. In mancanza dell’altro l’unica possibilità di riflettere sulla vicenda è mettere sotto la lente di ingrandimento il proprio comportamento, spesso con autocolpevolizzazione per non aver previsto o impedito che si verificasse. Il rimuginio conseguente è legato alle inconsapevoli operazioni mentali che continuamente operiamo per valutare la nostra posizione sociale, colorate da sentimenti di orgoglio o vergogna. Il rifiuto è un segnale forte di un basso status interpersonale e può essere patogeno per chi già presenta una fragilità di fondo.

Ma qual è l’identikit del fantasma? Si tratta spesso di individui focalizzati sull’evitamento di emozioni spiacevoli, al punto da non essere in grado di mentalizzare cosa il proprio comportamento possa causare nell’altro. Tendenzialmente egocentrici, immaturi e non empatici, dunque. Ma attenzione a non sottovalutare l’aspetto relazionale: la vittima di ghosting potrebbe essere stata persecutoria nella ricerca di contatto, e la scomparsa una facile soluzione alla proposta di un rapporto ansiogeno e invischiante. Capace di ricordare che il contrario dell’amore non è l’odio, ma l’indifferenza.

 

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14 novembre 2016

Cyberbullismo: un manuale per difendersi a scuola

Dal cyberbullismo alle foto rubate: il Garante per la privacy ha diffuso un manuale per aiutare giovani e famiglie a difendersi dalle violazioni della privacy tra le mura scolastiche. Dalle elementari alle superiori, il fenomeno del cyberbullismo è infatti sempre più diffuso, ed è partendo dalla scuola che il problema deve essere affrontato.  

"Basta un click sullo smartphone per trasformarsi da compagno di scuola in cyberbullo". Così recita il manuale La scuola a prova di privacy, elaborato dal Garante per la Privacy per aiutare studenti, famiglie, professori e la stessa amministrazione scolastica a muoversi nel mondo della protezione dei dati personali. La guida raccoglie i casi affrontati dal Garante con maggiore frequenza, offrendo risposte alle tante domande che vengono poste da alunni, famiglie e istituzioni.

È a scuola, infatti, che il cyberbullismo tende a diffondersi con maggiore facilità, aiutato dalla grande dimestichezza dei più giovani con i nuovi mezzi informatici e dalla disinformazione delle famiglie e delle istituzioni scolastiche. A volte le conseguenze sono gravissime: una fotografia inviata a un amico o a un familiare facilmente può essere inoltrata ad altri destinatari e poi diffusa senza controllo. I temi svolti in classe possono contenere informazioni da trattare con particolare attenzione specialmente nel momento in cui i testi vengono letti in classe. Altri casi di rischio possono essere rappresentati dagli elenchi dei bambini che usufruiscono dei servizi di scuolabus; dalla diffusione dei nomi di chi è in ritardo con il pagamento della mensa o delle registrazioni di lezioni e recite scolastiche ecc.
Altri dati, come quelli sulle origini razziali ed etniche, sullo stato di salute, sulle convinzioni religiose e politiche, i dati di carattere giudiziario e su eventuali contenziosi possono essere invece utilizzati dalle istituzioni scolastiche per favorire l’integrazione degli alunni o per l’adozione di specifiche misure di sostegno, ma devono essere trattati nel rispetto delle normative e con particolare attenzione.

Risolvere il problema del cyberbullismo e della tutela della privacy non sarà semplice; ma la scuola è lo strumento principale per sconfiggerla. Ne è convinto il Presidente dell'Antitrust, Antonello Soro, quando afferma che le scuole non hanno solo una finalità didattica, ma devono educare le nuove generazioni soprattutto al rispetto dei valori fondanti una società, e che nell'era di internet questo compito è ancora più cruciale.

 

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