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13 luglio 2017

Brucia la schiena del formidabile monte, il Vesuvio

di Giovanni Negri Brusciano

Sono ormai due giorni che a Napoli e in tutta la città metropolitana non sorge più il sole, né, di notte, si vedono più le stelle. Il cielo sembra del tutto sparito e al suo posto un’apocalittica cortina grigiastra isola lo sguardo, accorciando l’orizzonte a pochissimi metri.

È come essere sepolti sotto un tetto di nebbia giallastra, solo la luna, languida, di notte, riesce a mostrare la profondità della nube che allontana le stelle, lasciando inesauditi i nostri desideri di pioggia. Sono, infatti, due giorni, che il Vesuvio, o meglio, la vegetazione alle pendici del famoso vulcano napoletano brucia ininterrottamente, senza la possibilità per i vigili del fuoco di riuscire a domare l’incendio. Il vastissimo rogo, come una tempesta perfetta, è nato dall’unione di diverse conflagrazioni appiccate in maniera dolosa in più di otto punti dell’aria protetta del Parco nazionale del Vesuvio.

Vegetazione e fauna boschiva sono assediati dalle altissime fiamme che stanno arrecando grandissimi danni all’ecosistema. Ma l’inferno – come appare dalle foto che circolano sul web – sta mettendo a durissima prova anche molti comuni del vesuviano come Ercolano, Torre del Greco, Ottaviano, Trecase, Terzigno e Boscotrecase, ove, in alcuni casi, è stato necessario, per motivi di sicurezza, evacuare alcune abitazioni. Ma dove non arrivano le lingue di fuoco è la nube di fumo a creare danni anche in aree a molti chilometri di distanza dall’incendio. L’atmosfera satura di polvere e fumo irrespirabile, impedisce la possibilità di stare all’aperto, mentre, sotto gli occhi di tutti, si consuma lo spettacolo impressionante della lunga cintura di fuoco, che come un esercito in marcia distrugge tutto ciò che gli si para davanti, lasciando dietro di sé fumo e morte. Le istituzioni per fronteggiare l’emergenza stanno impiegando tre canadair (aerei cisterna) del dipartimento nazionale e cinque elicotteri regionali, oltre trecento sono invece gli uomini a lavoro sul territorio. La bella cartolina che siamo abituati a vedere del golfo di Napoli con il Vesuvio sullo sfondo, oggi sembra una foto-testimonianza di guerra.

L’intossicazione, per molti napoletani, non è solo quella provocata dall’inalazione del fumo, ma di rabbia per ciò che sta accadendo; infatti, nel dialetto napoletano, “intossicare” vuol dire proprio arrabbiarsi, essere preoccupato, non stare tranquillo, e questo è lo stato d’animo attuale della maggior parte della popolazione napoletana, non solo perché si sente in pericolo, ma anche per la salute del Vesuvio. Nell’immaginario culturale napoletano il Vesuvio non è solo un vulcano, ma un essere vivente, una persona, un ospite vivo che esprime ogni giorno chiara e forte la sua esistenza. Per chiarire il concetto voglio riadattare al popolo napoletano ciò che scrisse Leon Battista Alberti in riferimento al rapporto tra la cupola del Brunelleschi di Santa Maria del Fiore a Firenze e i popoli toscani: «Il Vesuvio, con la sua ombra, copre tutto il popolo napoletano», così lo si deve pensare il rapporto tra la forma dei luoghi e le forme di vita che abitano questo territorio: come un’ombra.

Infatti, ovunque si vada, nell’arco della giornata, si può fare a meno di osservare il cielo, ma non si può fare a meno di guardare il Vesuvio; come se la sua presenza ci chiamasse a ogni finestra. Spesso, sovrappensiero lo sguardo si posa su di lui e poi ci si accorge che lo si sta consultando. Per chi cresce a Napoli, il Vesuvio è il primo punto d’orientamento nel mondo. Lo si ritrova con gli anni nelle foto ricordo, spunta dietro anche quando non lo si voleva fotografare di proposito, è come vivere su un’isola, ovunque ti giri, vedrai l’azzurro del mare. Vivere a Napoli è imparare a rapportarsi con questa presenza, ingombrante o leggera, a seconda dell’umore della giornata. È a lui che rivolgiamo l’ultimo saluto quando decolliamo per andare altrove. Lui è il primo ad accoglierci quando torniamo a casa. Come un padre, il Vesuvio, ci avvisa del primo freddo invernale, quando nelle mattine di gennaio, tra i vetri delle finestre chiuse, ne scorgiamo la punta innevata e così sappiamo che dobbiamo coprirci perché farà freddo.

È proprio da questo rapporto così familiare che oggi percepiamo la sua sofferenza. Lo stesso Leopardi nel descriverne le pendici usò una metafora umana: “la schiena”, oggi, fumante e infuocata di un essere, per noi napoletani, da sempre amico. Nelle fiamme bruciano ettari di pineta e di vigneti, quella stessa vegetazione che stupì lo scrittore Goethe, quando per la meraviglia, ne scrisse nel suo diario, poi diventato libro: Viaggio in Italia, ove racconta che il 2 marzo del 1787 scalò, in sella a un mulo, la fitta vegetazione fino ai sedimenti di lava prima del cratere. Brucia nel fuoco anche la ginestra, il fiore eponimo della nostra speranza, che Leopardi volle legare indissolubilmente a questo territorio.

Ma la speranza tace quando l’uomo tace. Non è infatti uomo chi distrugge la terra dove egli stesso vive. Come un kamikaze, senza dio né cintura esplosiva, ma ugualmente miope di cogliere la bellezza che lo circonda, tanto da decidersi a scavare, con le proprie mani, la fossa, cercando la ricchezza nel sottosuolo, proprio accanto alla morte. Un suicidio miserabile, non è certo la morte che trovò, sulle stesse coste, Plinio il Vecchio, quando con la sua galea, mosso da un profondo amore per la conoscenza si spinse fin sotto l’eruzione tanto da esserne travolto.

Dallo spettacolo diabolico della distruzione non potrà mai nascere progresso né ricchezza, è muto, infatti, il grido della bellezza di fronte alla morte, affinché nessuno sarà mai abbastanza ricco in piedi sulle rovine.

 


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