12 marzo 2019

Calcio social

di Lorenzo Longhi

«Trovo normale essere entrato sui social, altrettanto uscirne. È un problema?»: Massimiliano Allegri, allenatore della Juventus lanciata verso l’ottavo scudetto consecutivo (il quinto di fila per il tecnico), all’inizio di marzo così ha espresso tutta la sua perplessità relativamente alla eco avuta dalla notizia del suo abbandono dei social network e alle domande sulle motivazioni che hanno determinato la scelta. Una decisione che certo non cambia gli equilibri internazionali, ma che nell’universo calcistico travolto dalle piattaforme dominatrici del web 2.0 può fungere da pretesto per considerare potenzialità e contraddizioni di una modalità comunicativa tanto attuale quanto fluida ma spesso autoreferenziale, di frequente portata al parossismo eppure, allo stesso modo, percepita come ben più significativa di quanto non sia nella realtà di uno sport – qui, appunto, ci si riferisce solamente al calcio – che ha visibilità planetaria già di suo. Ne è uscito, Allegri, così come pochi mesi prima ne era uscito (da Instagram, nel caso di specie) José Mourinho. Uno, quest’ultimo, che rappresenta il paradigma della sostanziale inutilità dei social network in termini puramente comunicativi per professionisti già arcinoti, che non devono più dimostrare nulla e magari hanno anche qualcosa da dire. L’allenatore portoghese è rimasto sulla piattaforma fotografica del gruppo Facebook per un biennio: nulla di memorabile, quando al contrario la capacità del tecnico di far parlare di sé parlando di sé e dei suoi avversari («il rumore dei nemici») e anche attraverso l’istrionismo sul campo non si è mai esaurita, e nel suo caso non si può certo dire che il solo utilizzo – di rimbalzo, attraverso interviste o conferenze stampa – dei mezzi di comunicazione tradizionali ne abbia annacquato il potenziale comunicativo, tutt’altro. Del resto, per gran parte degli allenatori maggiormente in auge incide anche una questione anagrafica: i 51 anni di Allegri e i 56 di Mourinho confermano la difficoltà di innamoramento nei confronti di certe piattaforme da parte di chi con i social non è nato e, probabilmente, al mezzo predilige ancora il messaggio. La riprova è, ad esempio, nell’assenza dai social di Josep Guardiola, 48 anni, trionfatore al Barcellona e oggi al Manchester City, o nella banalità dei messaggi veicolati dal profilo Twitter ufficiale di Carlo Ancelotti. Il quale, uomo di mondo, di anni ne ha 59, allena a Napoli dopo averlo fatto anche in Inghilterra, Germania, Francia e Spagna e avere vinto dovunque, ma i cui “cinguettii” (@MrAncelotti), per quanto bilingui, raramente vanno oltre la retorica della «squadra pronta», del «lavoro ben fatto» e della «vittoria importante». Legittimi ma ininfluenti, a dispetto di una vicenda umana e sportiva molto eloquente, per una figura alla quale il ruolo impone dai due ai quattro appuntamenti settimanali con i giornalisti.

Discorso diverso per i calciatori, figli del loro tempo, cresciuti con il web o addirittura già con i social. Spesso ingabbiati nel doroteismo di conferenze delle quali si potrebbe fare una rassegna stampa preventiva, quando non blindati dagli uffici comunicazione per timore che possano dire qualcosa di realmente interessante, nonostante i regolamenti imposti dai club, alcuni – anche attraverso agenzie e consulenti, perché sui social l’improvvisazione porta solo problemi e incomprensioni – quando affidano alle piattaforme social immagini e parole hanno lo specifico obiettivo di rafforzare il brand individuale e fungere da veicolo per gli sponsor. Per una questione generazionale, a loro si chiede si essere presenti, di non limitarsi ai messaggi più o meno motivazionali, ma di dare al tifoso qualcosa in più, di farlo entrare, in qualche modo, nel privato, costruendo un’immagine che possa portare non solo engagement, ma anche e soprattutto conversione. Logiche aziendali applicate ai social media. Del resto i calciatori, nel medio arco della loro carriera e nel breve termine dei rispettivi anni di picco, sono aziende e in questo modo devono ragionare. Tutt’altro che scontata è ancora la monetizzazione della community, ma è necessario considerare che l’esposizione del proprio privato sui social è un’arma a doppio taglio, in un contesto in cui la logica di fazione – il cui potere è aumentato dal relativo anonimato da tastiera – impera. Ecco allora errori di comunicazione e post imbarazzanti (i casi sono talmente numerosi che sarebbe inutile citarne pochi esempi), per non parlare delle reazioni ai post, vale a dire commenti triviali, disumani, minacce: da Leonardo Bonucci a Jamie Vardy, centravanti inglese del Leicester City, non è un caso raro che le immagini e le storie dei figli degli atleti siano state oggetto del fuoco ad alzo zero degli haters. O, magari, dei fan “traditi” dal passaggio dell’idolo da una squadra all’altra, o anche solo per questioni di calciomercato (l’immanenza social di Mauro Icardi e della moglie-agente Wanda Nara) nelle quali i club – che, almeno sui loro profili, sono in grado di generare un discreto coinvolgimento aumentando la propria fanbase digitale – appaiono come soggetti terzi e quasi fuori causa. Ma per gli sportivi, vale davvero la pena?

Il dibattito è aperto, ma è chiaro che il rischio sia connesso alla notorietà. Dopo tutto, nel calcio non sono la presenza sui social o un’attività comunicativa digitale particolarmente attenta a creare i personaggi (la top 20 dei calciatori più seguiti sui social presenta in effetti fuoriclasse che non devono la loro notorietà al web 2.0 ma al loro lavoro sul campo: Cristiano Ronaldo, Neymar, Messi, James Rodriguez, Bale, Iniesta, Ozil, Ibrahimovic, Suarez, Ramos, Rooney, Piqué, Benzema, Marcelo, David Luiz, Falcao, Kroos, Pogba, Agüero, Griezmann), ma i personaggi possono marcare il segno comunicativo. Uno per tutti: il breve video di esultanza che Mario Balotelli ha postato pressoché live nelle stories di Instagram durante Saint-Etienne - Olympique Marsiglia ha forse aperto una nuova frontiera, eppure va ricordata la capacità dell’attaccante di farsi notare in maniera più classica e fuori dal contesto social; si pensi a quando, ai tempi del Manchester City, festeggiò una rete mostrando una maglia con la scritta “Why always me?”, diventata presto un cult.

In tutto questo a soccombere è la stampa sportiva tradizionale, la quale è ormai succube di quanto accade sui social. Sebbene sia lecito considerare fonti dirette gli account degli atleti, lo è magari un po’ meno dedicarvi titoli e articolesse, se non altro perché si arriva con inevitabile ritardo e si finisce per fare da cassa di risonanza a qualcosa che avviene sempre altrove. Recentemente, l’editorialista del QS Leo Turrini ha scritto – non senza ragioni – che «i media tradizionali, i giornali e le tv e le radio, dovrebbero cominciare ad ignorare le farneticazioni social dei soliti noti»; ma quando si monitorano le testate e ciò che producono si assiste anche a un altro fenomeno, vale a dire la pigrizia che il mare magnum social porta nelle redazioni, pronte ad abbracciare la facile composizione di ciò che già è stato prodotto da altri piuttosto che cercare nuove strade. I pezzi (o le fotogallery, quando si parla delle testate attive sul web) sulle reazioni dei social a sconfitte di questa o quella squadra, o all’errore di un determinato atleta, quasi sempre sono null’altro che una raccolta di meme o reazioni di spirito, diverse ma sempre uguali, risolte in titoli identici. La riprova? Fate una ricerca su Google digitando “i social non perdonano” o “social senza pietà”.

 

Immagine: Massimiliano Allegri (22 novembre 2017). Crediti: cristiano barni / Shutterstock.com  

 


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