29 dicembre 2017

Capodanno, non solo il 1° gennaio

Capodanno non è sempre il 1° gennaio, non per tutti. Anzi, a ben vedere, se la necessità di marcare periodicamente un nuovo inizio – con tutto il corollario simbolico che questo rito porta con sé – è universale, tempi e modi sono assai più diversificati di quanto siamo portati a pensare di primo acchito. E in fondo anche la tradizione di festeggiare il primo giorno di gennaio è antica ma non antichissima, se pensiamo che fu papa Innocenzo XII alla fine del Seicento, a più di un secolo dalla riforma gregoriana, a formalizzare una volta per tutte la data di questa festività, fino a quel momento ancora molto oscillante. A parte ciò, va ricordato che la Chiesa ortodossa non segue il calendario gregoriano, ma ancora quello giuliano, elaborato dall’astronomo greco Sosigene e poi adottato da Giulio Cesare, a cui deve il nome: il Natale si festeggia dunque il 7 e il capodanno la notte tra il 13 e 14 gennaio.  

Il capodanno ebraico, Rōsh ha-Shānāh, che cade il primo giorno del mese di Tishrī (settembre-ottobre), segna l’inizio d’anno per la numerazione degli anni, per il computo dei giubilei e per la validità dei documenti, ma non ha quella dimensione festosa improntata al divertimento e magari agli eccessi che siamo portati ad associare al capodanno. Si tratta infatti di un momento di introspezione e di riflessione, per riconsiderare il proprio comportamento nel corso dell’anno, sia rispetto a Dio sia rispetto agli altri uomini, e per elaborare buoni propositi di rinnovamento spirituale.

Secondo il calendario islamico il capodanno è il primo giorno del mese di Muḥarram; dato che si tratta di un calendario esclusivamente lunare non è possibile trovare una corrispondenza stabile con quello gregoriano, rispetto al quale la data è quindi variabile. Non viene considerata come una particolare ricorrenza religiosa e non prevede speciali festeggiamenti; piuttosto è l’intero mese di Muḥarram a essere sacro; il suo nome contiene la parola ḥaram che significa “proibito per motivi religiosi”, ed era infatti tradizionalmente considerato proibito fare la guerra e combattere in questo mese.

Il capodanno cinese ci porta invece in un’altra stagione dell’anno e coincide in realtà con la festa di primavera; poiché si fa riferimento anche in questo caso a un calendario lunare la data può oscillare, a seconda del novilunio, ed è compresa tra il 21 gennaio e il 20 febbraio: i festeggiamenti durano due settimane e si concludono con la festa delle lanterne. Celebrato anche in altri Paesi dell’Estremo Oriente, come Corea, Mongolia, Singapore, Malesia, Nepal, Bhutan, Vietnam (dove ha nome Tết Nguyên Ðán) era festeggiato anche in Giappone fino al 1873. È di solito un periodo di grandi spostamenti perché sono in molti ad approfittare della ricorrenza per ricongiungersi con le famiglie lontane.

Si chiama Songkran il capodanno buddhista che si festeggia in Thailandia, Laos, Cambogia, Birmania intorno alla metà di aprile, con data variabile anche qui in dipendenza dalla luna, anche se esistono diverse scuole e diverse tradizioni (alcune delle quali invece festeggiano tra gennaio e febbraio); secondo la consuetudine si portano offerte al tempio, si bagnano le statue del Buddha e ci si getta acqua addosso come rito di purificazione.

In Iran si festeggia il Nawrūz, antichissima festa con radici nello zoroastrismo, che celebra il 21 marzo il ritorno della primavera e della luce, il rinnovamento e la speranza. È diffusa anche in Afghanistan, Albania, Azerbaigian, Macedonia, India, Iran, Kazakistan, Kyrgizistan, Tagikistan, Turchia e Turkmenistan; dal 2016 è inserita nella lista del Patrimonio immateriale dell’umanità dell’UNESCO, perché le sue tradizioni ancestrali promuovono i valori della pace e della solidarietà tra le generazioni e all’interno delle famiglie, la riconciliazione e la convivenza pacifica di comunità diverse.


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