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20 aprile 2016

Cina: il calcio diventa affare di stato

A battere la notizia, lo scorso 9 marzo, è stata l'agenzia stampa ufficiale cinese, Xinhua: «3,35 miliardi di dollari, questo è il valore di mercato del Guangzhou Evergrande dopo le prime negoziazioni nel China's National Equities Exchange and Quotations (NEEQ), valore che sorpassa i 3,26 miliardi di dollari del Real Madrid, i 3,16 del Barcellona e i 2,35 del Manchester United» ( http://www.agichina24.it/focus/notizie/guangzhou-rivendica-maggiorebr-/capitalizzazione-al-mondo) . Titoloni immediati, soprattutto sulla stampa britannica, per una notizia bomba, parlando di economia sportiva, discussa e discutibile e sulla quale a stretto giro in tanti, tra cui Forbes, hanno nutrito dubbi, anche considerando gli standard di quotazione del terzo indice di mercato cinese. Un'esagerazione ridicola nella sua prospettiva, a maggior ragione se si considera che la società, di proprietà del cinquantaduenne Jack Ma – l'imprenditore di Alibaba Group (commercio online) e Evergrande Real Estate Group, il 29esimo uomo più ricco del mondo sempre secondo Forbes – non ha nemmeno uno stadio fra i suoi asset immobiliari. Senza contare l'aspetto relativo ai bilanci dei club, ma qui si entra in un terreno già molto differente rispetto alla mera capitalizzazione sui mercati.

Hybris, insomma. Eppure, al di là delle iperboli, l'errore sarebbe quello di sottovalutare, a causa di certi eccessi, un movimento che indiscutibilmente sta sparigliando le carte del calcio mondiale. Non tanto sotto il profilo tecnico – anche se il recente calciomercato ha portato nella Super League alcuni campioni ambiti anche da top club europei – quanto sotto quello economico-finanziario, perché il calcio cinese ha avuto una violenta accelerazione con il piano di sviluppo voluto e deciso dal presidente cinese Xi Jinping, un uomo che non fa mistero della propria passione calcistica – il recente selfie scattato sul campo di allenamento del Manchester City con il campione argentino del Manchester City Sergio Aguero, per quanto surreale, esprime molto più di tante parole il concetto – e della considerazione secondo cui il miglioramento dell'immagine proiettata dal suo Paese passa anche attraverso quello che rimane lo sport più popolare e praticato del mondo, sport che in Cina non ha mai avuto una significativa tradizione. Il punto è proprio questo: a differenza di quanto accade in alcuni contesti europei, in Cina oggi c'è una prospettiva, proliferano le risorse e il bacino d'utenza potenziale, anche solo per una questione numerica, lascia presagire il business. E così, partendo da una situazione di scandali e corruzione endemici – perché, tra la fine degli anni Novanta e i primi Duemila, questo era il calcio cinese – la pressione di Xi Jinping ha portato a un programma di riforma e sviluppo incentrato in 50 punti che, in fondo, possono essere riassunti in tre: investimenti a pioggia sulle strutture, ampliamento della base sportiva e della conoscenza tecnica (il calcio oggi è insegnato nelle scuole nelle ore dedicate all'educazione fisica), agevolazioni nella professionalizzazione tecnica ed economica delle società.

Ecco allora un continuo e costante scambio di esperienze con la Premier League inglese, l'ingaggio di testimonial di eccezione e ricchi accordi di sponsorizzazione, tanto che il giornalista Marco Bellinazzo, nel recente Goal Economy, sostiene come «affermare che il calcio in Cina è diventato un affare di Stato non è una esagerazione», e a dimostrarlo sono gli identikit dei proprietari dei club, imprenditori come Zhu Jun, proprietario del colosso del gaming online The9 e dello Shanghai Shenua, o Zhang Jindong del gruppo commerciale Suning che ha rilevato il Jiangsu Sainty (ribattezzandolo con il nome dell'azienda).

Il risultato? A livello internazionale, il primo vero shock riguarda il volume di affari dell'ultimo calciomercato, quello invernale (in Cina la stagione agonistica va da marzo a dicembre): quasi 300 milioni di euro spesi nell'acquisto dei cartellini dei calciatori, una cifra straordinariamente elevata se si pensa che, nella Super League, esiste un limite all'ingaggio di giocatori stranieri, cinque al massimo per ogni società. Questo, però, ha portato ad un innalzamento del livello di qualità dei nuovi innesti: il campionato cinese non è più un sunset boulevard di ex campioni ben oltre i trent'anni alla ricerca dell'ultimo stipendio ciclopico – per paradosso, è un'istanza più comune alla Major League statunitense – ma un torneo che ha attratto, per fare alcuni nomi, i brasiliani Ramires (ex Chelsea), Alex Texeira (ex Shakhtar Donetsk) e Paulinho dal Tottenham Hotspur, i colombiani Jackson Martinez e Fredy Guarin, l'ex romanista Gervinho. Poi Ezequiel Lavezzi, che a maggio compirà 31 anni e che non avrebbe avuto difficoltà a trovare un ingaggio nelle migliori leghe europee. Tutti calamitati da quel potentissimo magnete chiamato renminbi – entrato nel 2015 nel novero delle valute di riserva del Fmi – più che dall'aspetto tecnico-tattico, ma tant'è: la loro presenza servirà a migliorare il torneo, e senza dubbio aiuterà l'apprendimento per imitazione dei compagni di squadra. I quali, parlando di maestri, stanno imparando da fior di allenatori, allettati anch'essi dal denaro e da un'avventura che li rende parte di un progetto: da Marcello Lippi, rimasto tre anni al Guangzhou Evergrande prima di rientrare in Italia, a Sven Goran Eriksson, da Felipe Scolari a Mano Menezes ad Alberto Zaccheroni, passando per Dragan Stojkovic che, dopo avere contribuito alla crescita del calcio giapponese, ha scelto anch'egli la Cina. Così come ha fatto l'ex ct del Brasile Vanderlei Luxemburgo, che addirittura allena nella seconda divisione cinese.

Del resto lo step successivo è scalare un ranking Fifa in cui oggi la Cina – che ha partecipato a un solo Mondiale, quello del 2002, uscendo al primo turno e senza segnare reti – è alla posizione numero 96, tra Guatemala e Oman. Paradossale, per un Paese che può contare su oltre 1,3 miliardi di persone, ma è forse in questo dato che, in fondo, si nasconde un'altra verità: le province e regioni autonome più occidentali e povere appaiono tagliate fuori dalla lunga marcia del calcio cinese. Perché c'è Cina e Cina.

 

BIBLIOGRAFIA ·         Marco Bellinazzo, Goal Economy, Baldini e Castoldi (2015) ·         Nicholas Gineprini, Il sogno cinese, Urbone publishing (2016)

 

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