21 marzo 2016

Cittadinanza sportiva e minori stranieri

Quando le regole degli adulti si impossessano del mondo dei bambini e dei ragazzi, raramente può uscirne qualcosa di buono. Poi, però, a volte accade che si torni indietro e si restituiscano inclusività e libertà a ciò che era stato proditoriamente chiuso: è un po' quello che è successo nello sport lo scorso 16 febbraio quando, dopo la pubblicazione in Gazzetta Ufficiale, è entrata in vigore la legge n. 12 del 20 gennaio 2016, “disposizioni per favorire l'integrazione sociale dei minori stranieri residenti in Italia mediante l'ammissione nelle società sportive appartenenti alle federazioni nazionali, alle discipline associate o agli enti di promozione sportiva”. È quello che viene definito impropriamente “ius soli sportivo” e in realtà applica allo sport normato un diritto di cittadinanza capace di sorpassare la rigida burocrazia vigente in precedenza. Una burocrazia che, a fronte di quanto accadeva (e accade) nei campetti dove si gioca senza arbitri e senza tesseramenti, dove insomma chiunque è ben accetto, limitava anche e soprattutto ai minori la pratica agonistica.

Cos'è cambiato? Semplicemente, oggi è permesso ai minori stranieri, residenti in Italia almeno dal compimento del decimo anno di età, il tesseramento nelle società sportive con le medesime procedure richieste per i ragazzi italiani. Prima, al contrario, un bambino nato in Italia da cittadini stranieri – e che pertanto deve attendere la maggiore età per diventare cittadino italiano, legge questa che non è cambiata – o arrivato giovanissimo nel nostro Paese, era escluso dalle attività agonistiche de iure e de facto in mancanza di alcuni requisiti.

Per fare un esempio chiaro legato al calcio – perché la Figc è la federazione italiana con più praticanti – se a un bambino italiano, per ottenere il teseramento da una società, bastava presentare un certificato plurimo per uso sportivo (recante cioè residenza e stato di famiglia), a un coetaneo straniero comunitario, per lo stesso fine, sarebbero serviti, oltre al certificato di residenza e stato di famiglia, il certificato di nascita, quello di istruzione rilasciato dall'istituto scolastico, la fotocopia dei documenti di identità del ragazzo e dei genitori, una dichiarazione che indicasse se il ragazzo fosse mai stato tesserato per una federazione straniera e, per i non comunitari, anche il permesso di soggiorno di ragazzo e genitori. E, quando il permesso di soggiorno risultava scadere (al di là dei rinnovi) prima del termine della stagione agonistica, la situazione si complicava ulteriormente. Inevitabile, allora, che a tanti ragazzi venisse negata l'opportunità di entrare nelle società e, pertanto, nel novero dell'agonismo federale.

Il percorso della legge, del resto, era partito da molto lontano, da quando cioè – era il 2010 – il Tribunale di Lodi dichiarò di fatto «discriminatorio» il requisito dell'articolo 40 delle Noif, le norme organizzative interne federali, della Figc, nel quale si richiedeva, per il tesseramento di un calciatore extracomunitario (in questo caso maggiorenne) «la residenza e il permesso di soggiorno per un periodo non inferiore ad un anno o che comunque sia valido per l’intero periodo di tesseramento», vale a dire sino al termine della stagione agonistica. A ricorrere, ottenendo soddisfazione, era stato Shaib Kolou, togolese giunto in Italia al quale, in attesa dell'ottenimento dello status di rifugiato politico o la protezione umanitaria, aveva un permesso di soggiorno di cinque mesi. Rinnovabile, certo, ma non sufficientemente lungo per poter essere tesserato da una squadra dilettantistica con matricola federale. La Figc tolse allora il requisito, sino poi ad abolire nel 2014 i commi 11 e 11 bis dell'articolo 40 (quelli “incriminati”), grazie anche alla pressione della campagna “Gioco anch'io”, nata dalle istanze presentate da alcune palestre popolari la cui sezione calcistica operava all'interno della Federcalcio e dei suoi limiti allora escludenti. Non accadeva solo nel calcio, dal momento che le federazioni sportive avevano diversi regolamenti. Nel 2013, infatti, fece discutere il divieto della Fin, la federazione del nuoto, nei confronti di una ragazzina di 10 anni, nata in Italia da genitori tunisini: si allenava con una squadra di nuoto sincronizzato nel Padovano, a Campodarsego, ma non poteva essere tesserata non essendo cittadina italiana.

Il problema nasceva insomma nel passaggio dallo sport praticato a livello base o – diciamo così – allo stato brado, all'agonismo, ancorché a livello dilettantistico, nell'ambito delle federazioni confederate nel Coni. Una impasse superata da tempo da alcune federazioni (come quelle del pugilato, dell'hockey su prato e del cricket) e dagli enti di promozione sportiva, come Uisp e Csi, che la cittadinanza sportiva la applicavano ben prima che diventasse legge, dimostrandosi in questo senso, ancora una volta, precursori di buone pratiche, coerentemente con il loro statuto. Con la nuova legge, infine, il tesseramento resta valido, dopo il compimento del diciottesimo anno di età, fino al completamento delle procedure per l'acquisizione della cittadinanza italiana, secondo i presupposti della legge n. 91 del 5 febbraio 1992, che non cambia. Perché la legge non incide sulle attuali politiche relative alla cittadinanza giuridica – l'argomento in tal senso è ben più complesso, e non mancherà di essere dibattuto – ma a livello di politiche d'integrazione vale molto più di quanto si possa pensare, arrivando ad incidere su diverse migliaia di ragazzini che si trovavano di fronte ad una preclusione insensata.

Lo sport, il gioco, guarda così avanti e lo fa voltandosi indietro, per riconoscersi in una sua caratteristica peculiare: la democraticità.

 

Bibliografia Legge 20 gennaio 2016, n. 12, in Gazzetta Ufficiale n. 25 del 2 febbraio 2016 Ivan Grozny e Mauro Valeri, Ladri di sport, Agenzia X, Milano, 2014

 


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