08 giugno 2016

Come Mobutu sfruttò il mito di Muhammad Alì

Fu il colpo del ko, dopo un lungo lavoro ai fianchi. Quelli di George Foreman, descritto come il più bianco di tutti gli afroamericani, divenuto nell’immaginario collettivo l’icona dell’oppressione e dello sfruttamento. Ma anche quelli dell’uomo che così lo dipinse, mettendolo al tappeto a parole prima ancora di farlo sul ring, Muhammad Alì. Già, perché nella storia del mondo, la fatale sequenza gancio sinistro-diretto destro, quel giorno dell’ottobre 1974 a Kinshasa, porta anche e soprattutto la feroce effigie di Mobutu Sese Seko. Nei giorni in cui si celebra la memoria di Alì, forse l’emblema sportivo politicamente più influente del Novecento, e le encomiabili battaglie antirazziste che ne fecero un monumento vivente, The rumble in the jungle, l’incontro pugilistico che a Kinshasa vide affrontarsi appunto Alì e Foreman, torna puntualmente negli amarcord e negli epinici. Un appuntamento iconico, un evento di risonanza planetaria quando ancora il concetto di globalizzazione non esisteva o era affidato al massimo alla mondovisione; a posteriori una sceneggiatura già pronta per libri, documentari e film certamente non destinati all’oblio. Fu il palcoscenico che rivelò, confermandola, l’immensità di Muhammad Alì, tanto della sua dialettica quanto del suo pugilato, che raccontò il riscatto del black power attraverso la decostruzione che egli fece dell’immagine di Foreman – come non fosse anch’egli nero e cresciuto in un contesto tutt’altro che borghese – e che lanciò in orbita il talento manageriale del discusso e discutibile, ma già potentissimo, Donald “Don” King. Nella cultura di massa, così, The rumble in the jungle assume il carattere di pietra miliare del pugilato. Lo è a tutti gli effetti, ma non si tratta solamente di sport e, per questo, sarebbe parziale ricordare quell’evento, i suoi prodromi e le sue conseguenze, tenendo in secondo piano il vero vincitore, appunto il maresciallo Mobutu Sese Seko, dittatore dello Zaire, mecenate di un incontro divenuto altamente simbolico e che finì per assurgere a formidabile strumento di propaganda per la legittimazione politica del presidente golpista. Senza nulla togliere alla figura di Alì e alla bontà delle sue istanze politico-sociali, quel giorno – meglio: nell’intero mese che precedette l’incontro – il pugile che volava come una farfalla e pungeva come un’ape fu suo malgrado uno degli ingranaggi di qualcosa di più grande. Perché, fatte le dovute proporzioni e rimodellati tempi e contesti socio-economici, in fondo The rumble in the jungle rappresentò, per lo Zaire di Mobutu, ciò che le Olimpiadi del 1936 avevano rappresentato per la Germania di Hitler, senza peraltro lo sberleffo della storia che, in quest’ultimo caso, prese le sembianze di Jesse Owens e la forma delle sue medaglie d’oro al cospetto delle teorie sulla supremazia ariana. Alì-Foreman era in programma per il 25 settembre 1974, al culmine di una settimana in tutto e per tutto consacrata alla soddisfazione dell’ego di Mobutu, con tanto di festival musicale – Zaire 1974, il titolo – che dal 22 al 24 settembre fece di Kinshasa una Woodstock africana, colonna sonora della riscossa nera: James Brown, B.B. King, Bill Whiters, Manu Dibango, Miriam Makeba, Celia Cruz, The Spinners; tutto per caricare e connotare di ulteriore significato un incontro dall’assiologia evidente, in cui Foreman era il nemico mentre Alì era il popolo zairese, e il popolo zairese era Alì. Una immedesimazione totale in cui le migliaia di voci che facevano risuonare «Alì boma ye», Alì uccidilo, erano la rappresentazione simbolica di una battaglia ancestrale per la conquista di indipendenza e diritti. Purtroppo però, non era il caso dello Zaire di Mobutu, perché il dittatore era da tempo lo Zaire – e lo sarebbe stato ancora a lungo, con un regime durato oltre trent’anni – ben più di quanto non lo sia stato Alì per 40 giorni e nella memoria imperitura di quell’incontro. Una esibizione di grandezza, una potenza capace di rendere per alcune settimane l’ex Congo il centro del mondo: «La battaglia tra due neri, in una nazione nera, organizzata dai neri e attesa in tutto il mondo», «una vittoria per il Mobutismo», «il regalo di Mobutu al popolo zairese», erano questi i messaggi dei manifesti che il regime aveva fatto affiggere sui muri di una Kinshasa ripulita a fondo e, in quei giorni, senza criminali comuni in giro, ma anche senza alcun oppositore del “buon leader”, come da immagine proiettata paternalisticamente da Mobutu. Propaganda appunto, una rendita per il potere che il popolo zairese finì per pagare a caro prezzo, con un regime autoritario intollerante nei confronti di qualsiasi dissenso, corrotto e afflitto dal nepotismo e dal culto della personalità del presidente dittatore; un regime destinato a degenerare assieme alle condizioni del popolo nei decenni a venire. A oltre quarant’anni dall’evento, è probabile che senza The rumble in the jungle la leggenda di Muhammad Alì e la bontà delle istanze che ha impersonato non cambierebbero di una virgola, al netto di un incontro che forse sarebbe stato iconico a prescindere dal contesto politico-geografico. Ma senza quel “regalo” di Mobutu – e proprio la concezione di regalo, dal punto di vista sociologico, riporta a Marcel Mauss, al dono come fatto sociale totale – è lecito domandarsi, tra le pieghe e le contraddizioni della storia, che ne sarebbe stato del suo regime, se sarebbe mai riuscito ad ottenere una legittimazione popolare pari a quella guadagnata sfruttando paradossalmente a proprio vantaggio una figura come quella di Alì. Una domanda destinata a non avere risposte.

 

Bibliografia

-       Boris Battaglia e Paolo Castaldi, Pugni-Storie di Boxe, Becco Giallo (2015) -       Norman Mailer, The fight, Little and Brown (1975) -       Dario Torromeo, Dodici giganti. Pesi massimi, un secolo di storie, Libri di Sport (2003)

 


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