02 gennaio 2017

Come cambiano le parole della famiglia che si divide

 Le parole, con il loro potere creativo, sono in grado di registrare i cambiamenti nella società ed essere di ispirazione per il futuro. Particolarmente vero per il lessico su famiglia e genitorialità che ha conosciuto negli ultimi dieci anni una rivoluzione copernicana, a partire da quella legge sull’affido condiviso del 2006 che “ha capovolto le scrivanie di giudici e avvocati”, secondo la sua autrice Marcella Lucidi.

Si tratta di quella norma per cui, a partire dalla separazione, entrambi i genitori sono tenuti al diritto-dovere di gestire insieme sviluppo, salute, educazione e istruzione dei figli minori: l’affido esclusivo a un genitore da quel momento è diventato l’eccezione, da imporre nei casi di comprovato danno o pregiudizio allo sviluppo. Si sancisce così quel lungo processo di cambiamento di prospettiva, avviato dalla Convenzione sui Diritti dell’Infanzia del 1989, grazie al quale si è passati dall'attenzione ai diritti dei separandi all’assoluta priorità per il benessere dei minori coinvolti.

Nei fatti, non solo nelle parole: quelle più consone al lessico degli uffici postali – visitare, collocare, prelevare – sono scomparse dai moduli prestampati dei tribunali; e dalla focalizzazione sulla parola coniugi si è passati a quella per la coppia genitoriale, indissolubile. La fredda audizione del minore, stile interrogatorio, si è trasformata in ascolto, premuroso e a sostegno dell’espressione dei bisogni di chi si ritrova, in giovane età, davanti a un evento potenzialmente traumatico che non è pienamente attrezzato a fronteggiare. Si cita a proposito lo strumento dei gruppi di parola per figli di separati, che permette piena espressione dei bisogni e corretta informazione delle conseguenze di una separazione e sta conoscendo un rapido sviluppo in Italia.

La stesso concetto di patria potestà, capace di evocare il diritto di vita e di morte del pater familias nell’antica Roma, si è rapidamente evoluto dapprima in potestà genitoriale, con piena parità nei diritti materni, e recentemente con la legge 315 del 2013 in responsabilità genitoriale, a conferma degli oneri che gravano in capo a chi ha messo al mondo una vita. La stessa norma ha portato all’equiparazione tra filiazione legittima e naturale: nel diritto la parola figlio non ammette più specificazioni o qualifiche. Oltre ad avere gli stessi diritti successori, quelli che erano considerati figli del peccato perché nati fuori da un matrimonio possono ora liberarsi dall’ingombrante stigma.

E che dire della novità assoluta delle unioni civili? Si è passati dal “turpe e esiziale concubinato”, col quale il pontefice Pio IX bollava i matrimoni non religiosi (non osiamo immaginare cosa pensasse delle convivenze more uxorio o dei legami tra omosessuali), alla recente legge 76 del 2016 che ci porta a considerare incivili solo quelle unioni in cui il carico di aggressività e prevaricazione si sostituisce ad amore e affetto.

Già, perché legami matrimoniali e di convivenza non smettono di essere talvolta violenti, in modo infuocato o glaciale. Un pericolo sottile e infido è quello della sistematica distruzione dell’immagine che il figlio ha di un genitore, ad opera dell’altro: impropriamente chiamata sindrome da alienazione parentale (o col suo acronimo inglese PAS), si preferisce oggi - dopo le innumerevoli polemiche legate al caso del bambino di Padova del 2012 – definirla alienazione (o mobbing) genitoriale. Non si tratta infatti di una patologia a carico dell’individuo come la parola sindrome porterebbe a pensare, ma di un processo patogeno relazionale, come può essere ad esempio la violenza sessuale.

Frenetici cambiamenti che richiedono continui aggiornamenti per gli avvocati familiaristi, come oggi si fanno chiamare in luogo dell’aggettivo divorzisti in voga fino a qualche anno fa. Segnale di come la figura del legale che nel suo studio invita al massacro o tuona “lo roviniamo!” si vada estinguendo, e non solo perché il difensore temerario è sanzionabile: si afferma la convinzione di trovarsi in un dominio in cui tutte le parti vincono, se il benessere del minore è tutelato. I moderni strumenti della negoziazione assistita e soprattutto della mediazione familiare, benché ancora non pienamente sviluppati nel nostro Paese, stanno contribuendo a diffondere la cultura dell’autodeterminazione dei coniugi in separazione, che possono decidere del proprio futuro e di quello dei propri figli senza delegarlo a terzi distratti o parziali.

 


© Istituto della Enciclopedia Italiana - Riproduzione riservata

0