03 novembre 2014

Come curare la psicosi Ebola

di Nicola Boccola

Psicosi Ebola a Rieti: è questo il titolo strillato in una soleggiata domenica di ottobre da un’edicola di Amatrice, il mite paesino noto per l’omonima pasta e per la minaccia di sganciarsi dal Lazio e passare sotto tutela marchigiana a causa della chiusura di un ospedale. Cos’era accaduto? L’improvviso arrivo in classe di un bambino della Guinea ad anno iniziato, che ha mosso genitori e insegnanti alla richiesta di chiarimenti o rassicurazioni, prontamente offerti dalla Caritas del capoluogo della Sabina: il piccolo godeva e gode di ottima salute.

Il passo verso un conclamato razzismo è breve: recentemente nella periferia est di Roma una donna africana è stata picchiata in un autobus, accusata di essere un’ untrice . Episodi grotteschi e preoccupanti legati a un’emergenza che nel nostro paese non c’è e, ci auguriamo, mai si presenterà. Sì, perché l’Ebola è virus temibile e, pur non trasmettendosi per via aerea ma solo per contatto con fluidi corporei, dall’inizio della nuova epidemia ha ucciso 4mila persone nell’Africa occidentale, con un tasso di mortalità del 50% circa. Favorito anche dalla sottovalutazione dei rischi: la necessità di bruciare i cadaveri è spesso ignorata per svolgere funerali tradizionali in casa. Ma in Italia ad oggi non risultano esservi soggetti contagiati; solo una lunga quarantena - 21 giorni, il tempo massimo di incubazione del virus - per una manciata di militari americani di ritorno dalla Liberia alla base Nato di Vicenza, e un medico di Emergency monitorato nel centro italiano di eccellenza per le malattie infettive, lo Spallanzani di Roma. Al momento dunque le probabilità di essere contaminati da Ebola vivendo in Italia sono vicine allo zero; questo non esclude che le paure irrazionali talvolta prendano il sopravvento, ben veicolate dai media. Reazioni che fanno parte della natura umana, considerando che il nostro cervello è lo stesso di quando abitavamo nelle caverne: agiamo un livello di reazione primordiale, di stomaco (il processo primario per la psicoanalisi freudiana), basato sulla necessità di sopravvivere e di soddisfare i propri bisogni immediati; ed uno in cui la reazione immediata è posticipata per processare le informazioni a disposizione e prendere la decisione migliore sul lungo periodo. Durante quell’epidemia di peste del 1300 superbamente narrata nella cornice del Decameron di Boccaccio , che causò la morte di un terzo della popolazione europea, non c’era molto da riflettere: la sopravvivenza poteva essere garantita dalla prontezza di risposta e dalla stigmatizzazione del potenziale ammalato. Verga descrive questa inevitabile semplicità di analisi psicologica in una magistrale pagina dei Malavoglia: nella Sicilia dell’Ottocento Maruzza la Longa, moglie di Bastianazzo annegato col suo carico di lupini, si ammala di colera. Il narratore riconduce l’impossibile contagio al momento in cui la donna si era seduta su un masso dove poco prima aveva sostato uno sconosciuto “lasciando sui sassi delle gocce di certa sudiceria che sembrava olio”. Le reazioni di stomaco ci hanno garantito per millenni la sopravvivenza; ma nell’epoca dei Big Data e dell’informazione a portata di smartphone gridare la propria paura o agire la propria carica di violenza rappresentano reazioni anacronistiche e inappropriate. Se ci sentiamo coinvolti emotivamente dall’epidemia possiamo decidere di aiutare concretamente chi ne è coinvolto, senza perseguitare misteriosi nemici o farci beffe della malattia, come quel passeggero che si è dichiarato contagiato da Ebola in aereo o quei genitori che hanno finto un responso di Ebola per spiegare l’indisposizione del figlio, filmandone le reazioni. Comportamenti non peggiori di chi strumentalizza l’epidemia per fini propagandistici come Matteo Salvini della Lega Nord, capace di usare sofferenza e morte per contrastare le politiche di accoglienza.


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