10 settembre 2019

Comprare i rifiuti perché si ricicla troppo? Il caso Svezia

La gestione del ciclo dei rifiuti e la loro percentuale di riciclo è, sicuramente, una delle spie del livello di civiltà di un Paese, che si dimostra più o meno attento non solo all’ambiente che circonda i suoi cittadini, ma anche, in prospettiva, al futuro da lasciare in eredità alle giovani generazioni.

Se nel tempo si è certamente diffusa una maggiore sensibilità ambientale a livello globale, che include un’attenzione in costante crescita non solo nei confronti del riciclo dei rifiuti che produciamo, ma anche un impegno per produrne sempre meno, c’è da dire che non tutti i Paesi sono ugualmente virtuosi e si registrano, tra un Paese e l’altro, anche se si guarda alla sola Unione Europea, differenze abissali nella raccolta, gestione, smistamento e riuso dei rifiuti prodotti.

L’Italia, ad esempio, in questo non è assolutamente all’avanguardia e, sebbene la raccolta differenziata sia, ormai da tempo, diffusa sull’intero territorio nazionale, negli anni si sono registrate numerose situazioni di crisi, specie nelle grandi città (due casi su tutti: quello di Napoli, che ha segnato uno dei periodi più bui anche a livello economico e soprattutto turistico; a più riprese, anche nei mesi appena trascorsi, Roma, con un rimpallo costante di responsabilità tra Comune e Regione e una situazione di sporcizia e degrado urbano insostenibile per i cittadini), che hanno visto letteralmente implodere il ciclo della gestione dei rifiuti urbani.

Il Nord Europa ha, invece, da sempre una tradizione completamente diversa, fondata su una grande attenzione nei confronti dell’ambiente e su una cura ecologica complessiva molto elevata, che include ovviamente anche la “questione rifiuti” e che si è, nel tempo, rivelata anche foriera di numerosi risvolti economici positivi.

Uno dei Paesi alla guida di questa “rivoluzione verde” è di sicuro la piccola Svezia, leader di una gestione talmente perfetta del ciclo dei rifiuti (in effetti, ben il 99% dei rifiuti svedesi viene ad oggi riciclato e solo l’1% finisce in discarica, a fronte di una soglia auspicabile per l’Unione Europea del 65% entro il 2030) che la sta portando a orientarsi all’acquisto dei rifiuti di altri Paesi per utilizzarli come fonte di energia, non avendone a disposizione a sufficienza di propri a causa del troppo riciclo.

La Svezia ha messo in atto negli ultimi anni una vera e propria rivoluzione, distante anni luce dalla realtà di molti altri Paesi europei, che punta alla realizzazione di una società “a zero rifiuti”, frutto di una serie di passaggi, necessari e conseguenziali, che hanno portato i rifiuti prima nelle discariche, poi a essere riciclati (attraverso un efficientissimo sistema di raccolta differenziata) e, infine, al loro completo riutilizzo, che punta al livello massimo di sostenibilità ambientale.

Per realizzare tutto ciò in Svezia ha sempre più preso piede la cosiddetta economia circolare (che nel 2018 ha visto anche la creazione di un apposito gruppo consultivo governativo per veicolare al meglio queste idee nelle politiche del Paese), con il suo approccio “dalla culla alla culla”, che punta all’utilizzo di prodotti che possono essere, tutti e del tutto, completamente riutilizzabili e riutilizzati.

Oltre all’appoggio delle istituzioni, il movimento dell’economia circolare ha visto anche la collaborazione di una giovane start up di Stoccolma, Beteendelabbet (Laboratorio comportamentale) che, affidandosi alle più brillanti menti del mondo del design industriale svedese, punta a modificare completamente il modo di vivere dei cittadini svedesi, creando servizi e strategie per una vita quotidiana sempre più ecosostenibile (dagli incentivi fiscali introdotti dal governo per la riparazione degli articoli usati ai buoni sconto che l’azienda di abbigliamento H&M fornisce ai clienti che restituiscono gli abiti usati invece di gettarli via; una soluzione questa, presente anche nei punti vendita italiani del marchio).

Ogni anno poi gli svedesi riciclano 1,8 miliardi tra bottiglie di plastica e lattine in alluminio tramite un sistema di deposito che restituisce loro soldi quando effettuano tale operazione. Avendo poi aumentato la tassazione sui combustibili fossili ben prima di tanti altri Paesi (già nel 1991), la Svezia oggi produce circa la metà della sua energia da fonti rinnovabili e, letteralmente, dalla spazzatura prodotta dai suoi cittadini.

La gestione delle cosiddette biomasse, necessarie alla produzione di energia, è affidata a società private che trasferiscono poi l’energia prodotta alla rete energetica nazionale.

Ma, dato che dal 2011 a oggi meno dell’1% dei rifiuti svedesi è finito nelle discariche, il Paese, per mantenere in efficienza sia gli impianti di riciclo dei rifiuti che quelli destinati alla produzione di energia, ha comprato rifiuti da altri Paesi, ben lieti tra l’altro di cederli per aumentare le proprie percentuali ed evitare le sanzioni internazionali a causa della cattiva gestione del problema.

In realtà, la soluzione dell’importazione dei rifiuti è, a detta anche dello stesso governo svedese, assolutamente temporanea in quanto si punta a far diventare il Paese del tutto autosufficiente a livello energetico grazie alle biomasse e, soprattutto, si sta cercando di realizzare il complesso, ma comunque fattibile, obiettivo di una società svedese a rifiuti zero anche grazie a sistemi di raccolta e gestione sempre più innovativi, come i cassonetti interrati per l’eliminazione dei cattivi odori o la raccolta tramite tubi sotterranei, collegati gli uni agli altri, per l’aspirazione degli scarti.

 

Immagine: Stoccolma, Svezia. Crediti: pixabay.com

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