13 febbraio 2019

Cosa avviene se si esce da Facebook?

Facebook è considerato una di quelle invenzioni tecnologiche che hanno segnato il passaggio da un’epoca a un’altra, creando una vera discontinuità tra passato e presente. Ha modificato i modi di rapportarci agli altri, di fare amicizia, di flirtare, di tenerci reciprocamente in contatto, di presentare noi stessi, di divagarci, di informarci, di fare politica e di partecipare al dibattito pubblico. Ha condizionato così pervasivamente le vite di tutti – volenti o nolenti, almeno in parte anche di coloro che non hanno un account –, che la scelta di uscirne non è affatto banale: dal punto di vista “politico”, appare quasi un atto di ribellione di sapore “luddista”, e dal punto di vista psicologico, le si attribuiscono non di rado implicazioni addirittura sulla salute mentale.

Tra gli effetti più negativi che si imputano a questo social network, vi sono quello della polarizzazione delle opinioni politiche, a discapito del dialogo e del confronto democratico, e quello della dipendenza psicologica, poiché il sistema dei like, dei commenti ecc. sembrerebbe attivare gli stessi meccanismi alla base del gioco d’azzardo, piccole scariche di dopamina di cui poi diventa arduo fare a meno; ansia, depressione, accentuazione dei tratti narcisistici, aggressività, sono alcuni degli stati mentali che secondo molti questo mezzo produce o almeno contribuisce ad alimentare. Nonostante tutto ciò, comunque, e nonostante il problema oggettivo delle fake news, quello della privacy e lo scandalo di Cambridge Analytica, la popolarità di Facebook, che conta circa 2,7 miliardi di utenti in tutto il mondo, rimane sempre molto alta.

Ora un nuovo ampio studio, compiuto dalla Stanford University e dalla New York University, ha cercato di vagliare gli eventuali vantaggi che deriverebbero dal disconnettersi dalla piattaforma, giungendo a risultati meno prevedibili di quanto ci si sarebbe potuti attendere. Durante le elezioni americane di midterm del 2018, in un momento politico dunque molto “appassionante”, sono stati reclutati 2844 utenti abituali di Facebook, persone cioè connesse almeno un quarto d’ora al giorno per una media complessiva di un’ora, con punte che per taluni andavano anche oltre le tre ore. Circa la metà di esse, sotto un compenso di 100 dollari (anche per assicurarsene la partecipazione), è stata invitata a chiudere l’account per le successive quattro settimane, gli altri invece hanno costituito il gruppo di controllo. Prima, durante e dopo l’esperimento, di tutti i partecipanti sono stati monitorati gli stati d’animo, l’attività sociale e relazionale “reale” e virtuale (su altri social network o in generale on-line), le loro opinioni e le loro informazioni politiche.

Del tutto prevedibile il risultato che i “disconnessi” abbiano spostato il loro interesse su altro genere di attività, come guardare la TV o dedicare più tempo alla vita familiare o agli amici; meno atteso invece il fatto che non abbiano compensato quell’assenza con una maggiore presenza su altri social network. In linea con diversi studi precedenti, è stato confermato l’effetto dipendenza: dopo la fine dell’esperimento “disintossicante”, infatti, i partecipanti hanno ridotto il tempo trascorso su Facebook nonché sugli altri social network anche nelle settimane successive alla fine dell’esperimento.

Più sfumati, invece, i risultati sugli altri aspetti. Si è rilevato infatti un generale miglioramento del benessere psicologico, del “buonumore”, dei partecipanti allo studio, e tuttavia non sono emerse differenze significative tra gli utenti più assidui, quelli che trascorrono sulla piattaforma molto tempo, e quelli meno assidui, che le dedicano quotidianamente solo un quarto d’ora: se il disagio psicologico dipendesse specificamente dalla connessione a Facebook, gli utenti più assidui nel corso dell’esperimento avrebbero dovuto ottenere benefici maggiori degli altri. Ciò potrebbe indicare che l’abuso di Facebook sia un effetto, più che una causa, di un disagio psicologico, ma si tratta comunque di una correlazione che andrebbe ulteriormente indagata.

È stato notato, dopo la chiusura dell’account, un calo nelle conoscenze e nelle informazioni politiche (-15%). I partecipanti all’esperimento, cioè, durante tale sospensione, non si sono rivolti ad altre fonti di informazione. Pertanto Facebook si conferma un mezzo importante di raccolta e divulgazione di notizie e sostituirlo non appare un fatto così semplice. Ciò si è accompagnato anche a una riduzione della polarizzazione politica o ideologica, ma meno accentuata di quanto ci si sarebbe potuti attendere. Da un lato, insomma, minore partigianeria, ma dall’altro minore conoscenza: non tanto, quindi, sembrerebbe, una prospettiva più ampia e “plurale”, quanto una più scarsa partecipazione emotiva.

In sostanza l’indagine sembra suggerire che esiste un problema di dipendenza, anche confermato dal fatto che i partecipanti all’esperimento, alla sua conclusione, si sarebbero fatti pagare meno di quanto preteso all’inizio, e che quindi vi è una tendenza all’abuso e alla sopravvalutazione della sua importanza; nello stesso tempo, però, neppure può considerarsi tale mezzo la causa prevalente dell’infelicità di alcuni o il responsabile unico di quel meccanismo complesso e pericoloso che è la polarizzazione delle opinioni, al quale sembra solo in certa misura contribuire.

 

Crediti immagine: tuthelens / Shutterstock.com  

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