19 febbraio 2019

Cosa dicono gli INVALSI

Le prove INVALSI (Istituto Nazionale per la Valutazione del Sistema dell’Istruzione) sono state introdotte per la prima volta in Italia nell’anno scolastico 2007-2008 con lo scopo di “valutare oggettivamente” le competenze degli alunni dei tre gradi d’istruzione in italiano, matematica e inglese. Non poche sono state le polemiche che hanno accompagnato il loro ingresso nelle scuole, anche da parte di autorevoli esponenti della cultura, come il filologo Luciano Canfora, l’epistemologo Giorgio Israel o il pedagogista Benedetto Vertecchi. I rischi principali che in esse vengono additati sono quelli di una riduzione nozionistica della didattica e di un uso volto a penalizzare insegnanti o scuole anziché a rilevare problemi e a indirizzare di conseguenza l’attività didattica e pedagogica.

Soprattutto la scelta di introdurle come prove d’esame ha destato da parte degli insegnanti enormi polemiche, sfociate persino in boicottaggi diffusi. Si è temuto che l’insegnamento si potesse ridurre a un teaching to test, ossia a una sorta di addestramento per ottenere buoni risultati agli esami, a discapito di attività più importanti e dagli effetti più duraturi. È importante inoltre, per usare le parole del linguista Tullio De Mauro, chiarire «che la valutazione è un indicatore non l’indicatore di che cosa succede nelle scuole» (Tra colonialismo digitale e valutazionismo. Conversazione con Tullio De Mauro, intervista di Marco Ambra, 2014). Devono servire dunque a valutare il sistema nazionale e non il lavoro degli insegnanti, che operano in contesti troppo eterogenei per essere tra di loro paragonati. In questo senso, tuttavia, offrono un’utile fotografia a livello nazionale, anche se purtroppo si tratta di una fotografia non molto bella. Si rileva infatti che non solo le disparità tra le diverse realtà dalla loro introduzione a oggi non sono state attenuate, ma addirittura che si sono ancor più radicate (Christian Raimo, I test Invalsi servono a migliorare la scuola?, in Internazionale, 2018).

Nell’ultimo Rapporto, infatti, molto profonde emergono le differenze tra Nord, Centro e Sud, analoghe a quelle mostrate dai test PISA (Programme for International Student Assessment) a livello globale: il Nord è sopra la media italiana e moderatamente sopra a quella OCSE, il Centro è nella media italiana e moderatamente sotto quella OCSE, il Sud è sotto a entrambe e in misura piuttosto preoccupante. Tali differenze aumentano nel corso della carriera scolastica: sono infatti statisticamente non significative alle elementari, ma molto marcate alle superiori.

Le scuole del Sud inoltre sono anche meno eque, ossia i ragazzi e i bambini con status socio-economico-culturale basso sono più penalizzati di quelli delle altre due aree della penisola. Questa incapacità della scuola di pareggiare le differenze d’origine caratterizza però l’istituzione a livello nazionale: un problema alquanto dibattuto che l’Italia (ma non solo) si porta dietro, possiamo dire, da sempre, e che contribuisce certamente alla scarsa mobilità intergenerazionale del nostro Paese.

Un aspetto però positivo che va sottolineato è che, benché gli stranieri siano svantaggiati (soprattutto ovviamente nelle prove di italiano) rispetto agli italiani, gradualmente riescono a recuperare il loro svantaggio, come dimostrano gli esiti migliori, soprattutto in matematica, degli stranieri di seconda generazione rispetto a quelli di prima; migliori dei loro compagni “nativi” sono invece i loro test di lingua inglese.


© Istituto della Enciclopedia Italiana - Riproduzione riservata

0