23 novembre 2018

Cosa prevede il progetto di riforma dello sport

Un punto (il numero 24) nell’ormai proverbiale contratto di governo in tarda primavera, due articoli (47 e 48) nel recente disegno di legge di bilancio 2019 ed ecco accendersi i toni di un confronto che vede contrapporsi da una parte il governo, dall’altra i vertici – attuali e passati – del CONI: l’oggetto del contendere è la riforma dello sport, che allo stato dell’arte appare principalmente una riforma del Comitato olimpico nazionale e si è tradotta sinora in una serie di dichiarazioni e reazioni verbali anche aspre che hanno visto protagonisti il presidente del CONI, Giovanni Malagò, e il sottosegretario alla presidenza del Consiglio con delega allo sport, Giancarlo Giorgetti.

Negli articoli 47 e 48 del disegno di legge di bilancio 2019 vi sono alcuni punti piuttosto interessanti che riguardano, ad esempio, l’esonero dalla imposta di bollo per tutte le associazioni e società sportive dilettantistiche senza fine di lucro riconosciute dal CONI, nonché la conferma del credito di imposta al 65% per le erogazioni effettuate nell’anno per manutenzione e restauro di impianti pubblici e realizzazione di nuove strutture, ma il vero dibattito si ha su quella che il governo chiama rivoluzione e il CONI occupazione, ovvero la trasformazione di CONI Servizi S.P.A. in una nuova società – che dovrebbe chiamarsi Sport e Salute S.P.A., denominazione che Malagò ha sarcasticamente bollato «da centro benessere» – i cui vertici non saranno più nominati dal Comitato olimpico ma dal Ministero dell’Economia e Finanze (MEF) su indicazione dell’autorità di governo competente «sentito il CONI», con incompatibilità fra gli incarichi dell’ente e quelli della società. Il finanziamento del Comitato olimpico e della nuova società verrebbe parametrato al 32% delle entrate derivanti dalle imposte pagate dal settore effettivamente incassate dal bilancio dello Stato (non inferiori a 410 milioni di euro): 40 al CONI che, in base al progetto, dovrebbe occuparsi solamente della preparazione olimpica, 370 a Sport e Salute alla quale verrebbe demandata la distribuzione delle risorse statali alle federazioni sportive (in misura non inferiore ai 260 milioni di euro) o per l’attività di base. Money matters: il CONI non è da tempo più quello che si finanziava per mezzo del Totocalcio – il cui slogan, non a caso, era “al servizio dello sport” – e il tasto che ha toccato il sottosegretario Giorgetti (che peraltro il mondo dello sport conosce bene, essendo stato anche presidente del collegio dei revisori dei conti della FIPAV, la Federazione italiana della pallavolo) è senza dubbio fra i più delicati, perché la gestione dei finanziamenti alle federazioni è indiscutibilmente una delle chiavi della riforma destinata, di fatto, a sancire una effettiva perdita di autonomia del Comitato olimpico e dei suoi vertici nella dialettica con le federazioni stesse.

Ora, la riforma – o ciò che da queste prime schermaglie deriverà – entrerebbe in vigore a partire dal 2020, ed è del tutto lecito affermare che il sistema dello sport italiano necessiti di modifiche sostanziali: è notorio che lo sport di base viva di fatto grazie al volontariato, e allo stesso modo è innegabile che in Italia la pratica sportiva, specie per quanto concerne il rapporto con la scuola, manifesti più di una criticità. Così, pur essendo chiaro che la valorizzazione della pratica e della promozione sportive sia importantissima in un’ottica di benessere e salute della popolazione, appunto in questo senso – ed è quello che ha sostenuto l’ente di promozione sportiva UISP (Unione Italiana Sport Per tutti) nella sua recente lettera aperta sul tema – è vero che il perno intorno al quale si muove il sistema sportivo italiano è rappresentato «da tutte quelle decine di migliaia di associazioni e società sportive che quotidianamente prendono in custodia i nostri figli e che sono costruttrici di inclusione e coesione sociale». Il dubbio però è proprio questo: il progetto di riforma ha orizzonti ad ampio raggio o è destinato a chiudersi con il depotenziamento, ancorché epocale, del CONI?

Lo sport italiano avrebbe bisogno di cambiamenti strutturali, a partire, ad esempio, da una netta revisione della legge 91/81 e degli aspetti legati al professionismo (anche quello femminile, attualmente negato), per non parlare poi dell’anomalia tutta italiana legata alla presenza – invero oggi di fondamentale importanza, con i suoi pro e i suoi contro –  dei gruppi sportivi militari e dei Corpi dello Stato ai quali afferiscono gran parte degli atleti olimpici azzurri e di coloro che ambiscono a diventare tali. Temi che non sembrano interessare troppo al legislatore, ma che meriterebbero analisi approfondite e potrebbero davvero scardinare una peculiarità anacronistica, quella degli “atleti di Stato”, sino a cambiare il paradigma per l’intero sistema dello sport olimpico di vertice e del suo rapporto con lo sport di base.

In questi campi, il sistema non è stato toccato dalle più significative modifiche legislative recenti. L’ultima riforma dell’assetto istituzionale del CONI è del resto del 1999, quando la legge Melandri stabilì la separazione fra l’ente pubblico e le federazioni sportive nazionali, da allora soggetti di diritto privato, mentre la nascita della CONI Servizi – partecipata al 100% dal MEF – è del 1993, e il progetto di riforma riporta in essere il dibattito su una eventuale privatizzazione. Aspetto che, in linea teorica, presupporrebbe anche un conflitto ideologico, perché pur non essendo la parola “sport” presente nella Costituzione – per motivi storici e difficilmente contestabili – lo sport nella sua pratica di base è comunque una funzione pubblica.


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