10 giugno 2020

Cultura

 

Tra le tante possibili definizioni di Cultura, quella che più mi sembra rispecchiare il senso del termine nel tempo che stiamo vivendo è quella data da Averil Cameron, illustre studiosa di storia romana dell’Università di Oxford, secondo la quale con il termine “cultura” intendiamo «quel nesso di idee e conoscenze da cui ogni società dipende per conseguire la propria identità di comunità» (1995, p. 191).

Comunità, dunque, è la chiave per definire oggi la Cultura; comunità intesa come un gruppo sociale coeso, attivo e partecipe alla vita pubblica, nuovamente consapevole dei legami che lo uniscono, e del retaggio di tradizioni e conoscenze che hanno contribuito a definirlo e che avrà a sua volta il compito di trasmettere alle generazioni future; consapevole della sua storia, del suo patrimonio culturale materiale e immateriale e dell’ambiente in cui vive, e deciso a preservarli dall’incuria, dalla speculazione e dall’abbandono che ogni giorno minacciano la bellezza del nostro Paese.

Cultura è così la via per giungere ad una comunità integrata e generosa che, come è apparso chiaramente in questi mesi di pandemia e quarantena, condivide un senso alto di solidarietà e di responsabilità verso la vita e la salute di ciascuno dei suoi membri e verso quei beni comuni che si sono rivelati essenziali di fronte all’emergenza. Quegli stessi beni comuni – salute, scuola, cultura, ambiente – che, ci siamo tristemente resi conto negli ultimi mesi, hanno pagato direttamente per l’influenza dell’approccio privatistico e mirato al profitto che ha prevalso negli scorsi decenni e che ha finito per indebolirli. Proprio in questi settori, fondamentali per tutelare la collettività oggi e per disegnare e preparare il domani del Paese, dove l’azione di indirizzo dello Stato avrebbe dovuto essere più incisiva e gli investimenti più massicci, il pubblico si è tirato indietro, lasciando spazio al perseguimento dell’interesse di breve periodo di alcuni invece che alla costruzione di un futuro che è patrimonio di tutti. Per questi ambiti, alla luce dell’esperienza e del nuovo ordine di priorità che la pandemia ci ha lasciato, andrebbe ripensato il ruolo dello Stato e dell’azione pubblica.

 

Tra i lasciti più pericolosi che l’epidemia rischia di consegnarci per il futuro vi è la diffidenza verso l’altro, la fuga dall’incontro, la cristallizzazione della separazione tra le persone e tra i luoghi, innalzando nuovi muri, reali e ideali, tra spazi più o meno distanti e tra culture diverse. È una tentazione che rischia di prendere facilmente piede in una società impaurita e insicura. Un rischio che si era fatto minaccia concreta già prima che la pandemia arrivasse e che potrebbe oggi prendere nuovo vigore. L’incertezza in cui viviamo rischia infatti oggi di farci arroccare in una visione d’identità basata sull’esclusione, sull’intolleranza e sulla chiusura, mentre al contrario il presupposto per la valorizzazione dell’identità è il confronto costruttivo con l’altro, il riconoscimento della ricchezza delle differenze che permette di sfuggire ai luoghi comuni e di veicolare nuovi messaggi.

Per fronteggiare questa minaccia abbiamo bisogno di una cultura militante, che sia faro e guida di una rinnovata resistenza alla retorica dell’odio, della politica gridata, dell’illegalità diffusa, della legge del più forte. E che sia anche guida di una nuova resilienza, capace di interpretare e accompagnare i cambiamenti già in atto e quelli che saranno necessari in futuro per evitare che esperienze terribili come l’epidemia di Covid-19 possano ripetersi.

 

Oltre al modo di stare insieme, è possibile che in futuro anche la maniera di muoversi, di vivere gli spazi pubblici, di fruire della bellezza del paesaggio e dei prodotti della cultura possa cambiare per sempre. Perché non fare allora di questo radicale cambiamento l’occasione per rendere davvero la cultura il volano di un’economia virtuosa, pulita, fondata su un nuovo equilibrio nel rapporto tra uomo e natura, di un turismo intelligente e rispettoso dei luoghi e delle persone. Sono già numerosissime le esperienze nel nostro Paese fatte di turismo lento, di ospitalità diffusa, di riscoperta delle produzioni locali, della mobilità dolce, dei beni culturali e delle tradizioni che rendono ogni regione, ogni provincia della Penisola un luogo peculiare e rappresentano l’anima di quel made in Italy che attrae visitatori da ogni parte del mondo.

In questo senso, la cultura è anche l’alleata principale di uno sviluppo che sia davvero sostenibile: uno sviluppo che passi, naturalmente, dalla riprogettazione degli spazi urbani, del verde pubblico, dei trasporti e dell’approvvigionamento energetico, ma anche, necessariamente, da un’economia basata sulla produzione e sul consumo di merci ad una basata sulla circolazione e sulla condivisione di contenuti e conoscenza. È fondamentale quindi rivedere l’idea di turismo che ci è giunta in retaggio dagli ultimi decenni del secolo scorso, un turismo di massa, irrispettoso dei luoghi, omologatore quando non distruttore di paesaggi e identità locali. In questa fase, in cui il settore turistico è tra i più provati dalla crisi, si possono impostare strategie di rilancio fondate su un’idea e direttrici di sviluppo del tutto nuove, su un modello che sia lento e basato sull’esperienza, sulla scoperta, sull’empatia.

 

La pandemia cambierà probabilmente per sempre anche il nostro modo di pensare i luoghi e di definirne le caratteristiche, trasformando i territori e le città. 

La situazione precedente all’epidemia già ci metteva a confronto con il rischio di perdere un patrimonio inestimabile che è insito proprio nello spirito dei luoghi, in quel genius loci che nel mondo romano sovrintendeva ai luoghi abitati dagli uomini, proteggendoli, caratterizzandoli e rendendoli unici, ognuno diverso dall’altro, grazie ad una armoniosa combinazione di elementi naturali e di tradizioni, usanze e tecniche tipiche di ogni singola comunità, che sviluppava così un legame sacro con il luogo che identificava come casa. Spirito che significa anima, radice, fondamento e idea di un passato che troppo spesso è stato liquidato senza comprenderne il valore prima di tutto culturale e civile, e poi anche sociale ed economico.

Può essere, quella della ridefinizione degli spazi dopo la pandemia, l’occasione per realizzare progetti di rilancio delle identità territoriali basati sulla tutela e sulla promozione del patrimonio culturale, artistico e paesaggistico; perché di essi possono beneficiare sì le comunità dal punto di vista economico, facendone mete di quel turismo culturale che è in continua crescita in tutta Europa e in tutto il mondo, ma ancor più per la possibilità che essi offrono di mettere in atto un vero e proprio rilancio della vita civile e sociale, offrendo occasioni di incontro e confronto, facendo riaffiorare antiche memorie e identità, riattivando circuiti virtuosi di coesione tra cittadini, minoranze, migranti, ospiti, turisti, tutti coloro insomma che si trovano a transitare o a risiedere in un territorio.

Nei processi di riurbanizzazione, dunque, il ruolo della cultura è fondamentale: per mantenere in vita i paesaggi antropici disegnati ormai da secoli, per integrare gli spazi dedicati alla cultura e alla socializzazione nel tessuto urbano, per scegliere di riutilizzare le architetture esistenti piuttosto che edificare ex novo – tentazione che rischia di riprendere forza sull’onda dell’esperienza di mesi di lockdown in case piccole e anguste nelle grandi città – evitando un ulteriore spreco di suolo quando non un danneggiamento irrimediabile di paesaggi antropici millenari.

Salvatore Settis si è dedicato a fondo al tema del rapporto tra cultura e processi di ri-urbanizzazione. Nell’ottica dell’autore l’opposizione tra città e campagna rispecchia, in termini più attuali, quella antica tra natura e cultura: concetti che, spesso erroneamente considerati in contrapposizione, devono essere invece messi a sistema in una virtuosa complementarità: solo così si potrà immaginare, al di là di ogni astratto quanto improduttivo culto del ritorno alla natura, un progetto innovativo di paesaggio, che veda nell’architetto non più il cementificatore, ma anzi il primo e vero responsabile della tutela del diritto collettivo alla bellezza.

Per questo Settis (2017) definisce confini difficili quelli tra città e paesaggio: perché, nelle «città sparpagliate» che caratterizzano l’urbanizzazione contemporanea, tale confine spesso si perde completamente con lo strabordare, ormai lontano dal centro storico, dalle antiche mura, dal pomerium, di spazi ibridi, periferie infinite e spesso prive di veri luoghi di aggregazione e di presidi culturali e istituzionali: non-luoghi, appunto, come li chiamano Marc Augé (2009) e Zygmunt Bauman (2002), dominati, piuttosto, da centri commerciali e parcheggi, luoghi alienati e alienanti nemici della bellezza così come dell’idea di comunità solidale e partecipativa che della Cultura è la principale fonte.

 

Riferimenti bibliografici

A. Cameron, Il tardo impero romano, il Mulino, Bologna, 1995

Z. Bauman, Modernità liquida, Laterza, Roma-Bari, 2002

M. Augé, Nonluoghi. Introduzione a un'antropologia della surmodernità, Elèuthera, Milano, 2009

S. Settis, Architettura e democrazia, Einaudi, Torino, 2017

 

 

Immagine: Montepulciano, Siena. Crediti: Foto di Hans Bischoff da Pixabay

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