1 marzo 2019

Di meme in meme

La parola meme, come molti ormai sanno, è un neologismo introdotto per la prima volta nel 1976 dal biologo ed “entusiasta darwiniano”, come egli stesso si definisce, Richard Dawkins nel suo volume divulgativo Il gene egoista. In esso Dawkins propone un nuovo modo di guardare all’evoluzione che consideri come unità fondamentale della selezione non la specie o l’individuo, bensì il gene e, nel capitolo 11, intitolato Memi: i nuovi replicatori, tenta un’analogia tra quanto avviene nell’evoluzione genetica e quanto avviene in quella culturale: si chiede cioè se sia possibile scoprire delle affinità tra i due meccanismi, e introduce dunque tale nuova nozione mutuata dal greco mimeme (‘imitazione’) che abbrevia seduttivamente per assonanza in meme. Così egli scrive: «Proprio come i geni si propagano nel pool genetico saltando di corpo in corpo tramite spermatozoi o cellule uovo, così i memi si propagano nel pool memico saltando di cervello in cervello tramite un processo che, in senso lato, si può chiamare imitazione» (p. 201). I memi sono per esempio mode, concetti scientifici, brani musicali, o persino l’idea di Dio o le leggi dell’ebraismo.

Bisogna dire che questo estremo riduzionismo proposto dal biologo britannico non ha avuto un grande seguito nelle scienze sociali, in quanto troppo astratto: si è “replicato”, per rimanere coerenti al suo approccio, in qualche altro cervello e in qualche altro scritto, come in Consilience: the unity of knowledge (1998) di Edward O. Wilson o La macchina dei memi (1999) della psicologa Susan Blackmore e poi è stato sostanzialmente abbandonato.

Molta più fortuna il termine ha avuto nel suo uso in Internet, in cui ha perso il suo significato originale di “unità culturale minima”, divenendo invece un particolare oggetto virtuale assai più definito e specifico. Sembra che ad applicarlo per la prima volta a un fenomeno della rete – ma non ancora a quello attuale – sia stato Mike Godwin, un avvocato appassionato di tecnologia, che in un articolo apparso su Wired nel 1994 (ma collocato dalla maggior parte delle fonti nel 1993) definiva un “meme” il fatto che nel corso di ogni discussione on-line prima o poi saltasse fuori un paragone con Hitler e i nazisti, e raccontava di aver sperimentato, con l’intento di far perdere validità a quel meme «sciocco e offensivo», l’uso di un “contro-meme”: ogni qualvolta qualcuno in un dibattito on-line tirava fuori quel “meme”, lui enunciava la cosiddetta legge Godwin, secondo la quale «A mano a mano che una discussione on-line si prolunga, la probabilità di un paragone riguardante i nazisti o Hitler tende a 1»  – sappiamo che la legge di Godwin gode di una certa notorietà, ma non se sia riuscita a spazzare via quel meme antipatico.

Tuttavia, ancora non si trattava di un meme come è inteso oggi, ma piuttosto di un cliché insensato, di una banalizzazione efficace perché particolarmente offensiva e perciò contagiosa. Il diffondersi del meme su Internet come inteso oggi, quella serie di immagini, o GIF, o video diffusa in rete in modo virale e in continue variazioni, che ha raggiunto forme tanto raffinate da essere paragonata da alcuni a un’espressione d’arte, risale invece agli anni Duemila. Il carattere precipuo dei memi su Internet non è tanto la viralità, quanto il fatto che la loro trasformazione da replica in replica sia la loro essenza più profonda. Come constatava forse un po’ stupito lo stesso Dawkins in un’intervista del 2013, mentre i “suoi” memi da un passaggio all’altro si modificavano, sì, ma in una logica darwiniana casualmente, in questi memi su Internet «non vi è alcun tentativo di accuratezza da una copia all’altra». Tutto al contrario, l’accuratezza è nella variazione: il meme su Internet implica non un ricettore passivo e meramente imitativo, ma un fruitore che sia nel contempo un “ri-creatore”, il quale lo riattualizza ogni volta all’interno di un discorso dialettico, in infinite declinazioni, che sono perciò stesso comiche, o efficaci, o significative, o paradossali, e che non di rado lasciano perplessi e incapaci di comprenderne il senso coloro che non partecipano all’intero “discorso”.

 

Immagine: Internet routing paths. Crediti: The Opte Project [CC BY 2.5 (https://creativecommons.org/licenses/by/2.5)], attraverso Wikimedia Commons

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