31 gennaio 2019

Donne vs uomini al comando: le opinioni nei Paesi del G7

Come ormai rilevato da indagini sempre più numerose, l’uguaglianza di genere, nei Paesi ovviamente dove non è contrastata strutturalmente dalla legislazione, non si misura più tanto sulle posizioni di livello medio-basso, ma sulle posizioni di leadership. In uno studio di Openpolis, per esempio, si osserva che in politica le donne italiane hanno meno interesse a candidarsi rispetto agli uomini, che quando si candidano hanno meno possibilità di essere elette, e soprattutto che quando vengono elette hanno meno possibilità di ricoprire incarichi istituzionali di alta responsabilità; in un altro studio, sempre del 2018 e realizzato dall’Ufficio valutazione impatto (UVI) del Senato, si ripercorre il cammino tentennante delle donne in politica dal 1946 a oggi, mostrando quanta strada tra progressi e retromarce è stata compiuta, ma anche quanta ce ne è ancora da fare; in un ulteriore studio del 2017, infine, compiuto da Istat ed Eurostat, si nota che le disparità di guadagno crescono proporzionalmente col crescere del guadagno stesso.

Tali indagini – come molte altre che escono periodicamente per “monitorare” lo stato delle cose – si fondano su dati oggettivi (stipendi, donne ministro ecc.), mentre un nuovo studio realizzato dall’azienda di marketing Kantar e da Women Political Leaders, una rete mondiale di donne impegnate in politica, ha cercato di individuare le opinioni che, almeno in parte, potrebbero motivare tale disparità.  

Il Reykjavik Index for Leadership Report è alla sua prima edizione e ha preso in considerazione solo i Paesi che fanno parte del G7: Stati Uniti, Regno Unito, Germania, Italia, Francia, Giappone e Canada. Sono stati scelti venti settori economici e professionali – media e intrattenimento, scienze naturali, medicina, economia e finanza, politica, affari esteri e diplomazia, ingegneria ecc. – e per ciascuno di essi è stato chiesto a uomini e donne quale tra i due sessi si ritenga più adatto ai ruoli di comando, attribuendo alla parità assoluta 100 punti. Non sempre le opinioni sfavoriscono le donne, e ovviamente uomini e donne hanno opinioni talvolta dissimili.

Nei sette Paesi, l’ambito in cui si raggiunge il massimo di parità è quello dei media e dell’intrattenimento (80 punti, in cui le donne sono ritenute lievemente meno adatte), seguito da scienze naturali e medicina e farmaceutica, entrambi con 79 punti (ma con il piatto della bilancia che nel secondo caso pende a favore delle donne); all’ultimo posto vi è invece la cura dei bambini (44 punti), ritenuta in modo molto omogeneo sia da maschi sia da femmine un lavoro più adatto alle donne, seguita da moda, educazione e salute e benessere, con ancora opinioni molto simili tra i due sessi; più adatti agli uomini, oltre allo sport, sono ritenuti l’ingegneria, la difesa pubblica, i servizi di intelligence: è da notare, però, che le opinioni maschili e femminili sono qui più eterogenee che nei casi precedenti, e il pregiudizio sulle capacità femminili in questi ambiti è condiviso maggiormente (anche se non esclusivamente) dai maschi. In sostanza si potrebbe riassumere che vi sono dei campi in cui il primato femminile non è messo in discussione da nessuno e alcuni campi in cui invece la priorità maschile comincia a essere messa in discussione dalle donne ma non molto dagli uomini. Vi sono infine dei campi in cui si assiste a una vera e propria “battaglia dei sessi”: governo, politica, magistratura, banche e finanze e scienze naturali sono ritenuti dalle donne più adatti alle donne e dai maschi più adatti ai maschi.

Il nostro Paese in questo indice si piazza all’ultimo posto, con 57 punti, vicino alla Germania (59) e al Giappone (61), mentre il Regno Unito (con 72 punti) è al primo posto seguito da Francia e Canada (71) e da Stati Uniti (70). In Italia vi è anche una minore dissonanza tra opinioni maschili e femminili, ed è per questo che il Paese si colloca in una posizione tanto bassa: i pregiudizi vengono condivisi da entrambi i sessi. Sicché c’è una grande consonanza di opinioni sulla maggiore attitudine delle donne nel campo della cura dei figli, dell’educazione o della moda, ma c’è nel contempo scarsa dissonanza di opinioni rispetto alla maggiore attitudine dei maschi negli ambiti dell’ingegneria, dell’informatica e della difesa. Tuttavia, come sempre, non si possono leggere i dati in modo troppo banale e queste posizioni non comportano necessariamente un diffuso e condiviso maschilismo. Infatti, il 42% degli italiani si sentirebbe perfettamente a proprio agio con una donna alla guida del Paese o di una grande azienda, contro rispettivamente il 40 e il 44 della Francia, il 26 e il 29 della Germania, e il 23 e il 24 del Giappone (ma il 58 e il 59 del Regno Unito, il 57 e il 59 del Canada, il 52 e il 63 degli USA). Sembrerebbe, insomma, che per gli italiani vi siano dei campi ermeticamente preclusi alle donne come dei campi ermeticamente preclusi agli uomini, ma non tanto per maggiore o minore attitudine al comando, quanto per altro genere di fattori culturali, che andrebbero ulteriormente approfonditi.

 

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