17 maggio 2016

Dopo il terremoto gli sherpa tornano sull'Everest

Il privilegio è toccato allo sherpa nepalese Sherra Gyalgen Sherpa: mercoledì 11 maggio, alle 5.05 del pomeriggio, è stato lui il primo uomo a raggiungere di nuovo la vetta dell’Everest dopo un anno in cui, per la prima volta dal 1974, nessuno aveva toccato la cima. Da un certo punto di vista, è un ritorno alla normalità, dopo il sisma di magnitudo 7.8 che colpì il Nepal il 25 aprile 2015 provocando sull’Everest, distante oltre 200 km dall’epicentro, una valanga che travolse il Campo Base Sud (posto ad un’altitudine di 5364 metri) uccidendo almeno 19 persone. Una tragedia che, inevitabilmente, chiuse di fatto prima del suo reale inizio la stagione delle scalate, concentrata sostanzialmente nel mese di maggio. Un dramma seguito alla morte, un anno prima, di 16 sherpa investiti dal distacco di una massa di roccia e ghiaccio – a quota 6200 metri, sul percorso che conduce alla cima del ghiacciaio Khumbu – mentre erano al lavoro per preparare le vie di salita in vista dell’inizio della stagione delle ascese, fondamentale per l’economia di quell’area del mondo: nove sono gli Ottomila che si trovano tra Nepal e Tibet (gli altri cinque tra Tibet e Pakistan), e indubbiamente l’Everest nell’immaginario collettivo rappresenta il limite estremo.

Furono il neozelandese Edmund Hillary e lo sherpa Tenzing Norgay, il 29 maggio 1953, a conquistarne per primi la vetta, mentre solo un anno più tardi, il 31 luglio 1954, venne conquistato il K2 dalla spedizione italiana che portò sulla sommità Achille Compagnoni e Lino Lacedelli. Ma se il K2 resta una vetta pressoché inviolabile – poco più di trecento persone, tutti professionisti, lo hanno conquistato – l’Everest, tralasciando la legittima aura leggendaria dovuta all’impareggiabile sommità posta a quota 8848 metri, è un altro universo e, a ben guardare, non è più la montagna di allora.

Sherra Gyalgen Sherpa è infatti tornato in vetta alla guida di una cordata di nove sherpa il cui compito era quello di sistemare corde e terreno per le scalate internazionali previste per l’alta stagione. E qui la poesia di una narrazione che racconta dell’avvicinamento al cielo, di aria sottile e, in fondo, del superamento dei limiti propri e di quelli naturali, lascia spazio alla prosa, rappresentata appunto dalle spedizioni che danno la possibilità a chiunque paghi – indicativamente si va dai 40 mila dollari ai 90 mila: il solo permesso costa 11 mila dollari se si scala dal versante nepalese e 7 mila da quello tibetano, poi bisogna aggiungere viaggio, attrezzatura, assicurazione e i costi del supporto logistico e degli sherpa – di regalarsi una sensazione di onnipotenza dopo sei o sette settimane di ascesa intervallata a periodi di acclimatamento alle varie quote. È la commercializzazione dell’Everest, nata con l’industria dell’adventure travel a fine anni ’80 e divenuta in pochi anni un vero e proprio business che coinvolge, tra scalatori, avventurieri e indotto, diverse migliaia di persone.

Secondo i dati diffusi a febbraio 2014, prima insomma della tragedia dell’aprile di quell’anno, sino ad allora erano stati 6871 gli scalatori ad essere arrivati in cima, e di questi 2829 hanno raggiunto la vetta più di una volta. Il record nel 2013, quando sul proverbiale tetto del mondo giunsero 658 persone. Ma c’è anche l’altro lato della medaglia, relativo alle quasi trecento persone morte sulle rotte della montagna più alta dal 1922 ad oggi, per non parlare delle decine di alpinisti che, con preparazione approssimativa, sono costretti a fermarsi e farsi curare per casi di ipossia, edemi polmonari e periferici e altre patologie connesse al mal di montagna.

Tuttavia, quando l’impresa si compie, ciò che viene lasciato alle spalle ha poco a vedere con cime incontaminate, sostenibilità ambientale e spirito di cordata. Prosa appunto: è quella descritta recentemente da un film documentario di Jennifer Peedom, intitolato Sherpa, che muove dall’incidente del 2014 per illustrare un mondo piuttosto diverso da quello che il senso comune lascia immaginare. È una storia di necessità, quella appunto degli sherpa, affittati dalle agenzie per cifre sempre al ribasso (e che incidono per meno del 10% rispetto ai costi della scalata) ma che superano di decine di volte il salario medio nepalese, consentendo così, al prezzo del rischio che gli sherpa spesso corrono per gli altri, di mantenere intere famiglie, e in questo senso i 279 permessi confermati nel 2016 – sebbene rappresentino il numero più basso degli ultimi anni, per ovvi motivi – daranno lavoro anche per questa stagione. Ma è anche una storia di spazzatura, letteralmente: una ricerca del Grinnell College, che ha avuto ampia risonanza sui media statunitensi sino ad attirare l’attenzione del Washington Post, ha stimato 50 tonnellate di rifiuti e 12 di deiezioni lasciate, ogni anno, lungo i campi e le due rotte standard verso la cima dell’Everest. Un problema non da poco, confermato dalla Nepal Mountaineering Association e per far fronte al quale, dal 2013, le autorità hanno aggiunto ai costi per ogni singolo scalatore anche 4 mila dollari di deposito cauzionale, restituito solo nel caso in cui venga rispettato l’obbligo di riportare al campo base 8 kg di rifiuti (bombole di ossigeno, attrezzature inutilizzabili), quelli che si calcola ogni alpinista scarichi durante il percorso. Per quanto concerne la presenza di batteri fecali, il Washington Post ha usato l’espressione “bomba a orologeria” e, al di là dell’iperbole giornalistica, il concetto sottolinea quanto l’alpinista Mark Jenkins scrisse sul National Geographic nel 2013, definendo le rotte nord e sud «non solo pericolosamente affollate, ma anche evidentemente inquinate, con spazzatura che spunta fuori dal ghiaccio e piramidi di escrementi umani a insozzare i vari campi».

Un quadro piuttosto desolante che mina l’idea epica non tanto della scalata in sé, quanto delle condizioni di una montagna resa dal business una sorta di giostra dai mille pericoli, sia per l’ambiente che per l’uomo. Pericoli che non solo quelli dell’ascesa.

 


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