20 luglio 2017

Elaborare il lutto

Un lutto non si supera: semplicemente ci si abitua. Il cordoglio legato alla perdita di una figura significativa, malgrado le differenze nei rituali sociali, è universale e risponde a precisi passaggi evoluzionistici. Come già il grande psicologo John Bowlby osservava dagli anni ’70, la prolungata assenza del defunto attiva il sistema motivazionale innato dell’attaccamento, che spinge l’individuo alla ricerca della persona di cui percepisce l’assenza e a fare qualunque cosa sia possibile per riottenerne la vicinanza, nella inconscia convinzione che si possa trattare di una separazione momentanea – molto più frequente di una separazione definitiva e radicata nei nostri schemi cognitivi. Sono quattro le fasi: quella immediata di incredulità, in cui chi ha subito un lutto non riesce quasi a comprendere quanto avvenuto; a seguire la fase dello struggimento, in cui si va all’inquieta ricerca del defunto, della sua immagine, di luoghi e oggetti. Dal momento che l’impegno nella ricerca non va a buon fine, il sopravvissuto vive una profonda tristezza: è la fase della disperazione, caratterizzata dai sintomi della depressione reattiva (oltre alla tristezza, calo dell’attenzione e dell’arousal). Perché abbia esito favorevole il sopravvissuto deve essere in grado di tollerare la sofferenza acuta per poi riorganizzare le proprie rappresentazioni del mondo, ritornare alle attività abituali, cercare e creare nuove relazioni: è la cosiddetta risoluzione del lutto. Perché tutte le fasi abbiano corso è necessario un intervallo di almeno 18 mesi. Tuttavia, il processo può subire ostacoli che rendono il lutto sovrapponibile al disturbo post-traumatico da stress: è il cosiddetto lutto complicato, per il quale è stata proposta la precisa categoria diagnostica di lutto traumatico. Morti violente e improvvise, giovane età del defunto, contemporanea perdita di più persone, perdita congiunta di casa o lavoro a causa di guerre o catastrofi, disturbi di personalità preesistenti, cattivi rapporti col defunto, carenza di supporto sociale: tutte condizioni che possono contribuire allo sviluppo di sintomi – pensieri intrusivi, estremo evitamento sociale, dissociazione - che richiedono una terapia. Nel testo di Antonio Onofri e Cecilia La Rosa Il lutto. Psicoterapia cognitivo-evoluzionista e EMDR (Giovanni Fioriti Editore, 2015), divenuto rapidamente il riferimento scientifico in materia, vengono illustrati gli approcci classici al trattamento del lutto. L’intervento più comunemente applicato è quello del counseling: i principi sono quelli di aiutare il sopravvissuto a riconoscere la perdita, identificare i sentimenti a essa connessi dandole eventualmente un significato, soprattutto riconoscendo e legittimando la sofferenza tenendo conto delle differenze individuali. Comuni anche le tecniche cognitive, utili ad affrontare gli assunti di base minacciati dal lutto: quelli per cui il mondo è un luogo benevolo, che ha senso, e che la persona colpita è meritevole e degna. Ma è soprattutto la tecnica dell’EMDR (Eye Movement Desensitization and Reprocessing) messa a punto da Francine Shapiro nel 1995 a destare le attenzioni dei clinici, per l’efficacia dimostrata in questi primi due decenni di applicazione. L’EMDR consiste nel produrre una elaborazione accelerata di materiale disturbante attraverso stimolazioni alternate bilaterali, che facilitano il passaggio di informazioni tra i due emisferi cerebrali. Il paziente viene invitato a concentrarsi su immagini disturbanti legate al trauma e a seguire lo stimolo percettivo somministrato dal terapeuta: in questo modo la scena immaginata muta, i pensieri intrusivi in genere si depotenziano fino alla scomparsa, l’attività cognitiva del sopravvissuto diventa più adattativa, e le emozioni e le sensazioni fisiche disturbanti si affievoliscono.

 


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