27 novembre 2019

Facebook, breve storia di un social network che condiziona le nostre vite

Da quando Facebook è nato, nel “lontano” febbraio 2004, a Cambridge nel Massachussetts, è sotto la lente d’ingrandimento delle scienze sociali. Il social network più diffuso al mondo ha compiuto 15 anni, e con oltre 1 miliardo di utenti attivi è ancora in crescita del 9% all’anno a dispetto di tanti scandali e polemiche. Una parte consistente di quel 45% della popolazione mondiale che oggi usa i social media.

«Una persona media, in un anno, ha speso in media oltre 474 ore sui media», affermava uno studio americano di comunicazione, psicologia e giornalismo dell’Università di Washington e Austin del 2012, cioè quando c’erano ancora “solo” 800 milioni di utenti Facebook (comunque già più numerosi dell’intera popolazione europea). Un tempo speso davanti a cellulari, TV, computer, tablet corrispondente a 9,7 miliardi di minuti all’anno. Un’ora e mezza al giorno per persona. Che non è male, se non fosse che negli anni l’incremento è stato costante (di 5, 10, 15 minuti) arrivando a 2 ore e 23 minuti nel 2019 (813 ore all’anno). La domanda è: l’incremento si fermerà o andrà a fagocitare l’intera giornata?

Facebook in Italia ha conosciuto il suo boom dopo quattro anni di presenza negli Stati Uniti, nel 2008. Poco dopo, sull’onda di una all’epoca nascente carriera politica, Pippo Civati scriveva insieme al blogger in comunicazione Mattia Carzaniga, L’amore ai tempi di facebook. Era l’unica bibliografia italiana esistente, un piccolo saggio su cui contare riguardante i “deliri” social “da autorappresentazione”. Allora si guardava a questa “creatura” in modo ambivalente, chi con spavento, chi con curiosità: essenzialmente Facebook era percepito, all’inizio, come uno strumento per spiare ed essere spiati. La sensazione era forte nei confronti di questa sorta di sguardo nascosto e diffuso, da sopra a sotto, e orizzontalmente, tra sguardi reciproci.

A quell’epoca – da quando c’è Internet pochi anni fa sembrano un’eternità ‒ gli utenti erano concentrati sulla costruzione del proprio sé digitale, che non era più un avatar di fantasia dentro un gioco, ma persone fisiche nella virtualità del reale. Si potrebbero definire installazioni biografiche, il delinearsi di un pensiero artigiano che manipola il virtuale, arrivando, i più digitali, a una sorta di arte di sé, sfaccettata e multidimensionale, grazie alla quantità di media messi a disposizione, dalle foto alla musica, dai video alle parole, lungo un arco temporale, potenzialmente, di vita. La prova di questo arrivò dalle modifiche che Facebook apportò a sé stesso: non più un banale profilo, ma un Diario, un vero e proprio supporto “memoriale”, un nuovo media a tutti gli effetti. Sembrava chiaro che Facebook nascesse potenzialmente distruttivo e costruttivo, ma, al di là delle manipolazioni dall’alto e degli sconfinamenti di privacy – problema che si è “sentito” fin dall’inizio –, il nocciolo è che l’utente ha un ruolo significativo nello scegliere quale “anima” favorire.

Fino a oggi sono oltre 400 le ricerche che sono state dedicate a Facebook ‒ dall’analisi descrittiva degli utenti alle motivazioni, dalla presentazione della propria identità alle influenze sulle relazioni sociali – e hanno il pregio di fornire un quadro sfaccettato di un fenomeno recente che, in ogni caso, sta cambiando il modo in cui milioni di persone si relazionano e condividono informazioni.

1,47 miliardi di persone si loggano oggi su Facebook quotidianamente. Prima di Ethan Kross dell’Università del Michigan e di Philippe Verduyn dell’Università di Leuven in Belgio, entrambi psicologi, nessuno si era chiesto se, a fronte di un tale utilizzo, esista una sua effettiva influenza sul benessere soggettivo delle persone. Ma la risposta della ricerca, pubblicata nel 2013 su The Economist, fu già piuttosto drastica: «più le persone usano facebook, più la loro soddisfazione di vita diminuisce, sentendosi peggio, momento per momento». Sarà una banalità, ma i contatti diretti con le persone non predicono gli stessi risultati negativi. Questo può voler dire che, «in superficie, facebook fornisce preziose risorse per soddisfare il bisogno umano di connessione sociale. Tuttavia il benessere non migliora, anzi, sembra che facebook lo indebolisca». Ricerche successive hanno purtroppo confermato lo stesso risultato: una delle più recenti, datata 2016, fu il cosiddetto The facebook experiment che andò a confrontare due gruppi di utenti. Al primo si chiedeva di sospendere ogni attività sul social, al secondo di continuare come al solito. Anche qui i risultati confermarono lo stesso concetto, solo espresso in positivo: «uscire da facebook porta a maggiori livelli di benessere».

Dalla costruzione di sé allo sguardo sugli altri, secondo gli scienziati sociali dell’Università di Humboldt e di Darmstadt in Germania (2013), l’emozione più comune che si registra su Facebook è – ancora? – l’invidia. Una invidia spesso “falsificata”, indotta da fotografie ritoccate, risultati amplificati e status plagiati. «Gli incontri della vita reale, al contrario sono più Wysiwyg (what you see is what you get)», quello che vedi è quello che ottieni. Al contempo si sono registrate altre emozioni negative, come il sentimento di esclusione sociale, anche involontario, provocato dai nostri stessi amici, e una sorta di inibizione del “pensiero intelligente”, quello che ci rende meno attaccabili dalla persuasione. E siccome oggi è ormai chiaro che Facebook non è altro che una gigantesca macchina pubblicitaria, perché questo è stato da sempre il suo assetto di business, rimanere vigili è un aspetto su cui fare particolare attenzione.

Tutto questo comunque non significa che non ci sia felicità su Facebook. Altrimenti saremmo dei pazzi a usarlo ogni giorno: come dimostrato da altre ricerche i post di Facebook sanno portare anche gioia per sé stessi e per gli altri. Si potrebbe osservare che vive in maggioranza emozioni positive chi lo usa per rimanere in contatto con legami stretti, quindi amati, ma lontani, piuttosto che per sterile auto-mostrarsi a un generico mondo esterno. “Rimanere in contatto con le persone della tua vita” ché poi è il claim, lo slogan, nonché l’essenza in cui Facebook riponeva la sua autentica utilità. In fondo le emozioni oggi su Facebook sono solo un altro tassello di quel marketing che dagli anni Duemila ha solo una preoccupazione: “quale emozione diventa virale più velocemente?”. Tra gioia e depressione ce ne sono tante altre: l’orgoglio, il disappunto, l’incredulità... la conclusione di uno studio cinese del 2014 (Università di Beihang) fu che «la gioia si muove più velocemente della tristezza o del disgusto, ma niente è più veloce della rabbia».

Rabbia che quindi non a caso oggi impera sui social, e viene spiegata dalle scienze sociali come naturale effetto dato dalla separazione fisica e dall’anonimato che Internet serve su un piatto d’argento. Inoltre, giocano molti altri fattori, come la semplicità e velocità della rete stessa che di certo non aiuta l’autocontrollo e che, anzi, si combina perfettamente con l’impulso di rabbia. Senza contare che l’ambiente Internet per sua costituzione è un territorio di dispute: più tempo ci spenderemo sopra più provocazioni troveremo. Soprattutto, si sa da sempre che esprimere la rabbia fa stare bene. La butta fuori. Ma non si dovrebbe mai dimenticare che il come è altrettanto importante del che cosa. In fondo, se riuscissimo a dare al mondo di Internet il suo giusto ruolo di vita virtuale, importante, ma marginale, non dovremmo neanche stare qui a preoccuparci delle sue “cattiverie”. Sarà meglio sfogarsi indirettamente su Internet o direttamente nella realtà?

Magari come per l’arte, anche per Internet va solo individuato l’effetto catartico. In fondo in inglese già c’è una distinzione linguistica tra la semplice rabbia (rage) e la rabbia di Internet (internet rage). C’è un problema ulteriore però. Lo sfruttamento della macchina pubblicitaria di Facebook permette anche grandi manipolazioni emotive che vengono oramai quotidianamente condotte da haters e troll opportunamente addestrati per ottenere svariati effetti. La rabbia a quel punto è falsata, ingigantita o appositamente creata per svilire o direttamente uccidere altri punti di vista. Dal mobbing al bullismo, dalle molestie all’hacking, fino all’utilizzo dei social per l’avanzamento di cause estremiste, terroristiche e propagandistiche (anche attraverso bot automatici) che nel caso più eclatante misero un’ombra scura sulle elezioni americane del 2016 che portarono alla vittoria di Donald Trump, documentando come troll stranieri bombardarono i social americani di fake news, tra cui l’incredibile Pizzagate a discapito dei democratici... il problema arriva proprio quando Internet è in grado di modellare l’opinione pubblica, perché quella ricade anche nella vita reale.

Una ricerca empirica di sociologia medica dell’Università di Regensburg, in Germania, condotta su 5.851 post di Facebook (messaggi del profilo, commenti, fotografie ecc.) già nel 2013 mostrava come gli utenti tendano ad associare comportamenti rischiosi per la salute con attributi positivi, come “talenti” o capacità sociali, per presentarsi in modo interessante al loro pubblico on-line. Da allora il trend non cambia, anzi sembra diventare sempre più pericoloso, ma non perché sia Internet a esserlo, “creando” esso stesso comportamenti pericolosi, quelli già esistono e si rinnovano nella realtà; il problema è la grande capacità di veicolazione massiva che Internet possiede. Come i più recenti fenomeni di selfie e parkour estremi o il fenomeno della Blue whale, che induce ragazzini ad auto-testarsi su “prove di coraggio” mortali. Così come per ogni nuova droga, magari auto-prodotta: se prima veniva sperimentata in quattro mura, adesso basta un video per esortare altre persone a fare lo stesso. Questo ricade sempre di più nel discorso della propria auto-rappresentazione, talvolta solida, talvolta addirittura inconsapevolmente pericolosa.

Senza arrivare a tanto, i comportamenti pericolosi che si possono assumere su Internet e social, riguardano (al 50%) anche il semplice postare proprie informazioni personali, soprattutto nell’interagire con sconosciuti (45% degli utenti), magari mettendoli confusamente in mezzo ai veri amici (35%). E soprattutto se queste informazioni riguardano il sesso. Ogni anno una “challenge” (sfida) diversa viene in mente a qualche “genio” e poi si propaga su Internet. Se nel 2014 la bucket challenge, quella del secchio d’acqua gelata in testa, aveva ancora uno scopo sociale (raccogliere soldi per curare la SLA) e nessun pericolo in vista, ogni anno l’asticella si alza per il solo gusto del pericolo o per solo effetto di ingenuità. Così nel 2019 si prova a strozzarsi o farsi strozzare (choking challenge), mangiare roba non edibile (shell-on o tide pod challenge) o applicare sulla pelle sostanze tossiche (lip glue challenge), provocarsi scottature attraverso il sole (sun burn challenge) o direttamente le fiamme (fire challenge), svolgere attività bendati (bird box challenge). L’ultima, la vacuum challenge, la sfida dell’aspirapolvere che aspira tutta l’aria all’interno di un sacco in cui tu sei stato infilato dentro, paradossalmente attua quello che ogni genitore, almeno nel passato, temeva per i propri figli ‒ “mai giocare con le buste di plastica, se va via l’ossigeno non c’è niente di divertente”. Ed è forse la più preoccupante proprio perché non sono tanto i ragazzini a condurla, ma i genitori stessi.

In conclusione, cosa dire se non che, come al solito, il problema non è il mezzo, l’invenzione, il media. Non lo è mai stato. La TV non ha ucciso il cinema che non ha ucciso la radio che non ha ucciso il libro, e così via. Il pubblico di ognuno si restringe, ma i media continuano a coesistere. La chiave è sempre e solo nell’uso che se ne fa. In che modo e per quanto tempo sta ancora a noi deciderlo.

 

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