25 agosto 2014

Francesco, Cacciari e la guerra giusta

di Massimo Carlo Giannini

L’avvio delle celebrazioni sul centenario dello scoppio della Prima Guerra Mondiale (1914-18) è un’occasione utile per riflettere sul significato di quel conflitto devastante e su quello più generale della guerra. In un recente articolo del Corriere della Sera,

Ernesto Galli della Loggia ritiene che l’appello lanciato da papa Benedetto XV il 1 agosto 1917 alle potenze belligeranti contro l’«inutile strage» abbia oggi una vittoria postuma. Il fatto che l’attenzione del discorso pubblico sia puntata sulle drammatiche conseguenze del conflitto per l’esistenza dei singoli finirebbe per ridurre la Grande Guerra a un immane e insensato massacro, senza distinzione di responsabilità. Al contrario, secondo Galli della Loggia, le guerre sono tutte inutili stragi, ma hanno quasi sempre «il notevole effetto di cambiare il mondo». Saremmo dunque non solo di fronte a un grave errore di prospettiva storica, ma anche a una criminalizzazione della guerra in quanto tale. Nel nome di un’ideologia oggi dominante «intrisa di individualismo e di umanitarismo, molto cosmopolita e razionalista, molto politicamente corretta».

L’intero ragionamento appare in verità improntato alla contrapposizione, un po’ consunta, tra la visione irenica della realtà e quella del primato della realpolitik sempre e comunque. Galli della Loggia ha ragione quando critica la de-storicizzazione della Prima Guerra Mondiale, ma è evidente che il discorso andrebbe esteso alla più generale perdita di interesse nella nostra società per lo studio scientifico del passato (e per la storiografia nel senso alto del termine), nel nome di una memoria individuale o comunitaria depurata di ogni capacità critica, volta a sostenere rivendicazioni identitarie e/o politicamente corrette. In questo modo il passato, sia esso l’Impero romano o l’indipendenza dell’India, diviene unicamente una cava di materiali inerti cui attingere per giustificare qualunque cosa, persino le peggiori fandonie. Contro le quali non vi sono più anticorpi culturali e civili che possono venire solo da una formazione scolastica degna di questo nome. Complice anche il fatto che gli studiosi accademici faticano a trovare la via per una divulgazione del sapere storico che non si limiti a scimmiottare le mode giornalistiche.
Se sottraiamo la guerra da una seria discussione e analisi scientifica, in primo luogo storica, in grado di decostruirla facendo piazza pulita di incrostazioni retoriche e propagandistiche (di cui anche la storiografia porta molte responsabilità), essa finisce per restare prigioniera di due interpretazioni ugualmente manichee: la guerra come male assoluto o come male necessario (talora auspicabile). Si tratta tuttavia di un binario morto, poiché l’opzione morale soccombe storicamente di fronte a quella politica.
 
 
È evidente che siamo di fronte a un tema, il rapporto fra gli esseri umani e la guerra, fra i più complessi della storia della nostra specie. È soprattutto con l’avvento del Cristianesimo che il problema ha assunto la dimensione etica e religiosa che ancor oggi viviamo: fra IV e V secolo d.C., Sant’Agostino pur giudicandola un male, per primo - pur senza farne una dottrina come spesso si crede - elaborò la definizione di guerra “giusta”, ossia vincolata all’esigenza di far trionfare il bene sul male. Il punto fu ripreso e sistematizzato nel corso del XIII secolo da uno dei grandi pensatori della cultura occidentale: San Tommaso d’Aquino. Egli legò la giusta causa di una guerra alla difesa da un’aggressione o a controbattere un’ingiustizia subìta. Pose anche due altre condizioni: che dovesse essere dichiarata da un’autorità sovrana e avere lo scopo di perseguire il bene (o evitare il male).
Tale contrapposizione ideologica fra guerra giusta, moralmente accettabile, e quella ingiusta, priva di ogni legittimazione, ha profondamente permeato la cultura del mondo occidentale, essendo declinata in forme e modi diversi nel corso dei secoli. Uno snodo decisivo è rappresentato, prima, dalla Rivoluzione americana con la sua affermazione del diritto alla difesa della libertà (e quindi alla violenza contro un governo tirannico) e poi dalla Rivoluzione francese che giustifica la guerra con l’esportazione dei principi rivoluzionari (libertà, uguaglianza e fraternità) e la liberazione degli altri popoli. Su questa visione ideologica si radica, nell’Otto e Novecento, l’idea di guerra rivoluzionaria destinata a sovvertire l’ordine sociale e a instaurare il socialismo. Al contempo sono germinate altre visioni ideologiche: i reazionari, spiazzati dalla società di massa e dall’industrializzazione, vedono nella guerra il ripristino delle gerarchie sociali; nazionalisti e imperialisti che la idealizzano come il crogiolo delle nazioni e l’affermazione della loro potenza; e quella degli estremisti rivoluzionari, fautori della guerra come anticamera di astruse rivoluzioni antropologiche. Posizione, quest’ultima, che è sintetizzata efficacemente dal manifesto futurista “La guerra igiene del mondo” (1915) di Filippo Tommaso Marinetti.
 
 
Gli esempi potrebbero continuare, ma è importante sottolineare la relativa debolezza della tradizione “pacifista” nella cultura politica occidentale. Il ripudio della guerra nell’opinione pubblica europea è un fenomeno molto recente, che ha incontrato ampia condivisione solo a partire dagli anni ’60: prima con l’enciclica Pacem in terris di papa Giovanni XXIII (1963) con cui la Chiesa cattolica per la prima volta prese posizione per il disarmo integrale (in termini materiali ma soprattutto spirituali) e poi con la contestazione contro l’intervento degli USA nella guerra del Vietnam (1968-75). Ma non ha mai assunto un peso reale nelle scelte politiche, malgrado la retorica giornalistica.
In questi giorni, di fronte ai massacri di civili in atto in Iraq, Papa Francesco ha pronunziato parole decise: «dove c’è un’aggressione ingiusta posso solo dire che è lecito fermare l’aggressore ingiusto, sottolineo il verbo, dico fermare, non bombardare o fare la guerra»; «fermare l’aggressione ingiusto è lecito. Ma dobbiamo avere memoria, pure: quante volte, sotto questa scusa di fermare l’aggressore ingiusto, le potenze si sono impadronite dei popoli e hanno fatto una bella guerra di conquista?». Massimo Cacciari ha visto in quest’affermazione una svolta radicale e l’abbandono della dottrina della «guerra giusta». In realtà il pontefice ha richiamato con semplicità il principio di San Tommaso d’Aquino che legittima il ricorso alle armi con la difesa da un’aggressione.
Il modo in cui parliamo delle guerre del passato o del presente rispecchia il fatto che la popolazione dell’Europa occidentale si è abituata a settant’anni di pace all’interno dei propri confini. È però sufficiente varcare le soglie dell’Unione Europea per vedere un mondo dove la guerra è sempre ben presente. Basta voler guardare. Oggi nessuno ricorda il conflitto civile nell’ex Jugoslavia (1992-95), con gli orrendi massacri perpetrati a una manciata di chilometri dall’Italia, nell’indifferenza dell’opinione pubblica e dei governi europei.
Il punto è che l’esercizio della guerra è inscindibile dalla natura degli esseri umani e della loro lotta per il potere. Per quanto ci sforziamo di crederci superiori o evoluti, dobbiamo avere il coraggio di guardare dentro di noi e alla nostra storia.

 


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